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L’edilizia scolastica ha un Piano. Peccato che manchino le linee guida

Il pacchetto sviluppo licenziato dal Consiglio dei Ministri per sostenere aziende e famiglie contempla anche misure per l’Istruzione. Insieme a risorse ulteriori per la manutenzione delle strade Anas (300 milioni), per la manutenzione ferroviaria (600 milioni), arriveranno dall’Inail 300 milioni in tre anni, a partire dal 2014, per completare gli interventi di edilizia scolastica sottoscritti con gli enti locali.

Inutile dire che di quei fondi ce n’è un gran bisogno. Anche in questo non esiste sostanziale difformità tra una parte e l’altra del Paese. Anche se al centro-sud la questione, forse, è più allarmante. Certamente lo è a Roma, dove le recenti elezioni amministrative sono state l’occasione per entrare nelle scuole. Per rendersi conto delle condizioni di gran parte di esse. Dal centro alle periferie. Gli esterni più che fatiscenti. Le pensiline agli ingressi che hanno perso i rivestimenti. I giardini e i cortili, laddove ci siano, in stato di sostanziale abbandono. Aule con mattonelle traballanti, pareti scrostate, infissi veri e propri reperti archeologici. Con le finestre che lasciano entrare pioggia e vento. Le porte senza serrature e maniglie. Banchi e sedie con parti mancanti, spesso diseguali tra loro. I servizi igienici? Malridotti quelli utilizzabili, al punto da ricordare quelli delle peggior stazioni ferroviarie. In quanto alle palestre solo con molta fantasie è possibile chiamare in questo modo ambienti al piano terra o in quelli interrati, riutilizzati a tal scopo. Altro che lim! Altro che registri elettronici degli insegnanti!

Un tour attraverso il degrado romano, anche in questo settore, istruttivo più di altro. I casi talmente numerosi da offrire la possibilità di scelta. Alla Garbatella, il Liceo Socrate, costruito facendo ricorso a delle strutture prefabbricate alla fine degli anni Sessanta per offrire ad un quartiere popolare una propria scuola. Gli interventi strutturali che si sarebbero dovuti realizzare negli anni successivi, mai compiuti. Così i controsoffitti continuano ad essere privi della manutenzione necessaria, rischiando di crollare come già verificatosi in passato. Quello dei controsoffitti un problema non isolato. Che coinvolge anche la Mafai, l’ISA Roma II di via del Frantoio, l’Armellini, la succursale del Tacito, il Pasteur, il Vittorio Colonna, il Cartesio. Mentre il problema delle infiltrazioni di acqua interessa la succursale del Machiavelli, l’Amaldi di via Ponti, soprattutto, il Plauto, la succursale dell’Orazio, in via Spegazzini, il Cartesio, l’IPS Federico Cesi, l’Albertelli di via Manin. Molte le scuole formate da aule create con container o prefabbricati. Non soltanto il Socrate. Ma anche il Pasteur, l’Agrario Emilio Sereni, il Mafai in via di Tor Marancia. Non poche quelle ancora con scale antincendio inadeguate o addirittura mancanti. Come accade alle succursali del Tacito e del Machiavelli, sede di San Lorenzo. Senza contare i problemi legati ai servizi igienici. Comuni a molti edifici.

L’edilizia scolastica è al collasso. Per capirlo basta leggere le stime ufficiali dell’anagrafe dell’edilizia, istituita nel 1996, che parla del 28% degli istituti scolastici italiani a “particolare criticità”. Un patrimonio senescente, oscillante tra edifici che sembrano usciti direttamente dal libro Cuore di De Amicis, ininterrottamente utilizzati quasi senza alcun ammodernamento e prototipi dell’estetica degli anni Settanta e Ottanta, incardinata sull’impiego del processo edilizio della prefabbricazione. Se i centri storici abbondano di esempi del primo tipo, non c’è triste e degradata periferia italiana che non ne conti almeno uno del secondo. Conseguenza delle esaltate sperimentazioni urbane degli anni Settanta. Effetto delle Norme Tecniche del 1975, precedute dalla lodevole iniziativa del Centro studi per l’edilizia scolastica, istituito nel secondo dopoguerra per occuparsi dell’innovazione della tipologia scolastica.

L’Italia prima di produrre le architetture cattive, e ancor più colpevolmente pericolose, a causa di costruttori senza scrupoli che hanno contraddistinto i decenni finali del secolo, ha fatto scuola. Prima delle reclamizzate realizzazioni dei Paesi del Nord Europa, abbiamo disegnato e costruito edifici scolastici solidi e funzionali per gli standard del tempo. Come l’asilo nido Sant’Elia di Giuseppe Terragni a Como nel 1936, oppure quello di Figini e Pollini ad Ivrea nel 1939. Strutture che solo in maniera temporale possono considerarsi antecedenti di quelle, brutte e pericolose, più recenti. Solo recentemente abbiamo iniziato a ricostruire, come in passato. Un esempio? La scuola elementare di Ponzano Veneto, in provincia di Treviso, progettata da Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini e vincitrice del “premioInOpera 2011-2012” per la migliore scuola costruita in Italia.

È in questo scenario che, alla fine di aprile, il Miur ha calato le Linee guida che rinnovano i criteri per la progettazione dello spazio e delle dotazioni per la scuola “del nuovo millennio”. Sedici pagine, nelle quali si articolano sette paragrafi. Si penserebbe un concentrato di contenuti, una enunciazione di regole da seguire. Niente di tutto questo. Parole e pensieri dettate più dal buon senso che da un’idea guida. Il portolano che avrebbe dovuto guidare attraverso il mare aperto dell’edilizia scolastica, da Trieste a Siracusa, una mappa senza coordinate.

Ricapitolando, ci saranno 300 milioni nei prossimi tre anni per cercare di mettere a posto l’edilizia scolastica di un Paese che se ne è a lungo disinteressato. Proprio considerando la diffusa inadeguatezza delle strutture disseminate da un capo all’altro del Paese non sembrano molti. Probabilmente sarebbero però sufficienti a provvedere alle emergenze se esistessero delle linee guida affidabili sul da farsi. Se esistesse un dialogo tra quanto delibera il governo e quanto stabilisce una sua emanazione (Miur). L’impressione che ai piani alti non si sappia bene cosa succeda in quelli inferiori è forte. Così sembra davvero tutto molto difficile.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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