Categorized | Capitale umano

“Se trovo il coraggio” di Dario Buzzolan. La morte dei titani e la fine di un’era.

“Se trovo il coraggio”. È il titolo di un libro. Un romanzo che racconta il passaggio di una soglia, individuale e collettiva. “Se trovo il coraggio” è un sentiero morale. Acre, tosto, ma che attraverso l’esperienza della morte alla fine metterà il suo protagonista faccia a faccia con la sua unica possibilità di rinascita. La rinascita morale, la coscienza come desiderio. È un romanzo che è anche sempre un racconto politico, che andrebbe fatto leggere a chi vuol capire da dove siamo partiti per arrivare sin qui, fino al Paese dell’indifferenziazione ideologica, della narcolessi etica, dell’insolvenza civica.

Il paese che abitiamo oggi nasce nel 1980, negli anni ottanta. Lo dice il romanzo. Gli anni del tutto cambia. L’anno primo del decennio in cui i titani si estinguono.

Gli anni settanta finiscono il 16 marzo del 1978 con il rapimento di Aldo Moro. Tre giorni prima nelle sale era uscito un film. Era un film vietato ai minori di 14. In Italia esce tagliato, ma comunque in molti lo accusano di essere pieno zeppo di parolacce. È la prima volta che il turpiloquio sbarca nei cinema italiani. Il protagonista si chiama Tony Manero. Tony vive nella Little Italy e lavora come commesso in un negozio di vernici. Passa il tempo libero con gli amici proletari del quartiere tra sbronze e risse, ma il luogo preferito è la discoteca, dove Tony può sfogare alla fine della settimana il suo talento per il ballo. Qui fa la conoscenza di Stephanie, ottima ballerina, ma piuttosto distante da lui per gusti e ambizioni. Nonostante i frequenti battibecchi i due decidono di allenarsi per partecipare alla gara di ballo della discoteca che frequentano. Vinceranno immeritatamente il primo premio e questo sarà per Tony l’inizio di una presa di coscienza che lo porterà a mettere in discussione il proprio stile di vita. Stiamo parlando di un film che ha rivoluzionato l’Italia, stiamo parlando de “La febbre del sabato sera”! Stiamo parlando di John Travolta!

La storia è fatta di simboli, e qui parlano chiaro. Nei giorni in cui il rapimento Moro decreta la fine tragica degli anni settanta, ci viene a sbattere come un meteorite il film che disegna un nuovo immaginario. Tony Manero è un ragazzo qualsiasi senza avvenire che non cerca il riscatto né nell’impegno sociale, né nella politica, ma nella piccola festa del ballo, nell’essere carino, nei gesti d’amore, nell’evasione, nella cura del corpo. La politica non è più al centro, ci si può riscattare in altri modi, forse più piacevoli, pensano in molti. In Italia lo sbigliettamento delle discoteche cresce del 5000%, e tutti vedono gli extraterresti in cielo, li vedono pure i carabinieri. Con questo film e con la poetica del extraterrestre portami via da questo cesso di realtà per certi versi si intravvedono gli anni ottanta, nasce quello che passerà alla storia come riflusso – riflusso che ucciderà i titani.

I titani sono un archetipo culturale, uno standard mitologico, un calco psichico. Sono presenti nella maggior parte delle culture fondative. Sono esistenze esemplari, sono tipi caratteriali, sono categorie extra umane, ma in realtà umanissime, che hanno abitato la terra prima della nuova era, dell’era che ci appartiene. E noi nel 2013, abbiamo i nostri titani, da ricordare, da maledire, da biasimare, e forse persino da rimpiangere? No, non li rimpiangiamo. I nostri titani hanno vissuto fino agli anni settanta, anzi, negli anni settanta. Erano quelli che l’eroina avrebbe distrutto, erano quelle per bene che si innamoravano dei belli e dannati, erano quelli della politica a tutti i costi, erano i “soggetti”, erano quelli che vivevano per la musica con la musica agiti dalla musica in funzione della musica (questo lo rimpiangiamo), erano quelli delle borgate degradate violente e senza speranza, il nostro far west con i suoi cow boy – erano i borghesi che sentivano che in quel far west, e in tutti gli inferni di quell’epoca, c’era verità , sublime (orrore/verità).

Poi c’erano i divi. Quelli che non si vedevano ma di cui si percepiva una fantastica ed immaginifica esistenza. Agnelli che si spostava su Torino in elicottero. Chissà come era star lassù, chissà dove andava. Era una Italia ancora moderna, non contemporanea. C’erano ancora le classi, un intellettuale era un intellettuale, un operaio era un operaio, un borghese era un borghese. Era un paese di merda, certo. I titani devono scomparire per far posto al futuro, al nostro presente, certo. Il 1980 è il confine. È l’anno in cui inizia la loro estinzione. L’anno in cui a Torino la marcia dei 40.000 lancia la contemporaneità, il passaggio da una società binaria ad una analogica, il passaggio dall’ideologia del bianco versus nero, a quella dell’ideologia del transgenere, del bianco e nero come indistinta dissolvenza. I titani, quelle identità, scompariranno. Inizieranno gli anni ottanta che non sono mai terminati, che forse non finiranno mai, l’età dell’indifferenziazione.

Il romanzo di cui sopra lo ha scritto Dario Buzzolan, è ambientato a Torino nel 1980, ma è ambientato anche a oggi. Racconta di un caso di coscienza, un caso di coscienza adesso, in memoria di qualcosa di tremendo accaduto nel 1980. La morte di qualcuno, l’uccisione di qualcuno.

Il romanzo racconta molte cose, anche l’attimo della scomparsa di quei titani, che malediciamo, ma che forse avevano qualcosa che noi non abbiamo più e non abbiamo mai avuto, avevano una “ragione”. La loro vita era tragica e magnifica, il presente era acido ma pieno, poi da lì, da quel 1980, è iniziata la lunga agonia dei ruoli sociali, siamo usciti dalle droghe chimiche e ci siamo immersi in tossicodipendenze equipollenti e tragiche, gli psicotropi tecno-evoluti, la magnifica televisione, il telecomando finanziario, il feticcio dell’hic et nunc, la società come diagramma di mercato, la perdita della coscienza politica, i filosofi sostituiti dagli analisti.

Nessuno magnifica il passato, orrore i terrorismo, orrore la droga, orrore la demagogia, orrore il dogmatismo ideologico, orrore la guerra fredda, orrore quelle cose, certo. Ma poi cosa è venuto? Estinti i titani, noi, cosa abbiamo prodotto? In cosa ci siamo fatti ingabbiare? I nostri figli che valori hanno? Hanno certezza di quale futuro? Non moriranno di eroina ma che fine faranno? Qualcuno ha colpa di tutto ciò che è accaduto, scientemente e per volontà del mondo, dal 1980 ad oggi?

Nel romanzo di Buzzolan il professor Rosario Minutolo dice: “questo a cui state assistendo, questo giro di boa, dovete capirlo, non è semplicemente un passaggio tra un decennio e un altro. Niente affatto. Qui sta succedendo qualcosa che assomiglia ad un avvicendamento tra ere della terra. Non so se riesco a spiegarvelo ma è come una glaciazione. Voi siete testimoni della fine di un’era e dell’inizio di un’altra. E l’era che si si chiude è quella cominciata coi Lumi. Sapete cosa erano i Lumi?”. E noi lo sappiamo cosa erano i Lumi. Il progresso dell’umanità è il progresso di tutti, ce lo ricordiamo ancora? Progresso non vuol dire semplicemente macchine e oggetti, ma spirito e benessere in un complesso etico e morale, ce lo ricordiamo ancora?

Il libro di Buzzolan è un noir, con tanto di assassinio, passione, sesso, tormento, conflitto interiore, pathos, ma poi la sua carne viva è la sua dimensione morale, storica, politica nel senso pieno e proprio di politica. Ecco perché parlarne qui. Per porci tutti la stessa domanda: ma che razza di progresso vogliamo? Ma abbiamo il coraggio di fare una scelta morale? Abbiamo ancora una coscienza?

Tocca capire, bisogna trovare il coraggio, se no moriamo dentro, forse lo siamo già – chi cerca un futuro non può assolversi.

Se troviamo il coraggio.

Come dire, la crisi siamo noi.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

Comments are closed.