In questi giorni la Norvegia ha deciso l’estensione del servizio di leva obbligatorio anche alle donne, divenendo così il primo paese in Europa ed uno dei pochi al mondo a prevedere la coscrizione femminile.
 Il paese scandinavo si è mosso quindi in modo difforme dalla direzione intrapresa dalla maggior parte dei paesi occidentali, che è quella di andare verso l’abolizione o per lo meno sospensione della leva a favore di un esercito professionale.

Di fronte alla determinazione di preservare l’esercito di leva, si è ritenuto tuttavia imprescindibile mettere mano alla questione della discriminazione sessuale che da sempre contraddistingue il sistema di coscrizione.
Si è così giunti all’approvazione di un servizio militare gender neutral, con una decisione che scrive una pagina significativa nel rapporto tra legislazione e questione di genere.

Ma volendo esprimere un giudizio complessivo, in un’ottica liberale l’estensione di un obbligo è più un passo avanti o un passo indietro?

Certamente la riforma norvegese risolve le questione dell’uguaglianza di genere in senso statalista, cioè riaffermando il concetto che i cittadini devono servire lo Stato e, forse ancora di più, devono essere “educati” ad essere servitori dello Stato. La coscrizione rappresenta la possibilità per il governo di privare della propria libertà cittadini innocenti e quindi anche in tempo di pace è un memento del potere assoluto di supremazia del Leviatano. E di fatto, purtroppo, il servizio militare obbligatorio è stato uno degli istituti politici che hanno che hanno segnato più tragicamente il ventesimo secolo, insieme alle repressioni pianificate operate su base ideologica o etnica dai regimi totalitari.

Da un punto di vista liberale, evidentemente, la leva rappresenta una delle violazioni più gravi della libertà individuale ed è doveroso, pertanto, battersi per un suo generalizzato superamento, oltre che per la sconfessione dei suoi presupposti ideologici. Così c’è senza dubbio chi può ritenere che più persone stanno nella “lista di Schindler” dei militesenti – fosse anche per un puro “diritto di nascita” – meglio è.

Chi scrive, tuttavia, non la pensa in questo modo e crede che la riforma norvegese presenti, anche in un’ottica liberale, più aspetti positivi che negativi. Il fatto che la coscrizione incomba solo sulla popolazione maschile, infatti, non è una “mezza libertà”. Il fatto che solo gli uomini debbono essere sottoposti alla leva non è il “male minore”, come non sarebbe un “male minore” se fossero coscritti solo gli ebrei. E non sarebbe un “male minore” se fossero, ad esempio, esentati dalla leva i figli dei parlamentari o i figli dei dipendenti pubblici.

Al contrario la discriminazione nella coscrizione aggiunge al male della leva un altro male, quello della subordinazione politica di una parte della popolazione.
 Una parte del paese, sulla base di un’appartenenza non scelta come il genere sessuale, viene vista come sacrificabile per l’interesse di sicurezza della parte restante. Gli uomini sono considerati dal governo il “sesso spendibile” e questo vuol dire evidentemente attribuire alla vita maschile un valore inferiore.
 Si tratta di una visione disumanizzante che, tra l’altro, porta con sé anche l’attribuzione ai due sessi di  una diversa patente di moralità. Se le donne sono le tradizionali “innocenti”, allora per esclusione gli uomini sono “colpevoli”, forse di un qualche peccato originale che li predispone ad uccidere ed ad essere uccisi.

Se per tutte queste ragioni la discriminazione di genere nella coscrizione è insostenibile, non si deve pensare che tale questione sia decorrelata rispetto alla problema fondamentale dell’abolizione tout court del reclutamento obbligato.
 Anzi ci sono buone ragioni per ritenere che la rivendicazione di pari diritti e pari libertà per i ragazzi maschi rappresenti un punto centrale della stessa battaglia abolizionista della leva. Nei fatti l’identificazione tra coscrizione obbligatoria e imposizione forzata, nei confronti dei maschi, dei ruoli tradizionali è stringente e se si riesce a spezzarla si inferisce un colpo importante alle basi culturali su cui politicamente si regge l’istituto della leva.

In questo senso, una delle ragioni per cui la naja è durata storicamente così a lungo anche nelle nazioni più civilizzate è proprio il fatto che è stato possibile applicarla in deroga a qualsiasi basilare principio di uguaglianza di genere. Se gli Stati fossero stati  vincolati ad implementare la leva in modo neutrale rispetto al genere  e di conseguenza esporre le donne agli stessi pericoli e contraccolpi a cui venivano esposti gli uomini, è probabile che essa sarebbe stata abolita ben prima o per lo meno ricondotta a modalità più umane e vivibili.

In fondo persino Hitler che pure non si fece scrupolo di mandare in guerra ragazzi dodicenni, si fermò di fronte all’ipotesi di coscrivere le donne.
 Ma al di là delle circostanze di guerra, la leva per come l’abbiamo conosciuta per tanti anni in Italia sarebbe stata impensabile se fosse stata imposta anche alle ragazze . Quale padre avrebbe potuto accettare negli anni ’50 che una ventenne siciliana fosse mandata a fare il “marmittone” a Gorizia, a rischiare il nonnismo dei commilitoni?
 Invece negli anni c’è stata una diffusa tolleranza e persino un certo livello di approvazione di certi aspetti della vita militare, visti talora addirittura come “formativi”, come parte di un’esperienza “iniziatica” di passaggio del maschio verso l’età adulta.

Battersi contro la discriminazione dei maschi nella coscrizione è quindi una questione fondamentale per l’affermazione di più generali principi di libertà individuale ed anche in Italia serve mettere mano alle norme che regolano l’argomento. L’ideale naturalmente sarebbe introdurre il divieto di arruolamento forzato anche a livello costituzionale, ma se il principio della coscrizione viene mantenuto nel nostro ordinamento, allora è necessario che sia per lo meno reso gender neutral.

In effetti, contrariamente a quello che talora si pensa, nel nostro paese la naja non è stata abolita, ma solamente “sospesa”. Le norme che consentono al governo di coscrivere i cittadini restano in vigore e continuano a riguardare solo il sesso maschile. Allora ceteris paribus rendiamo da subito le norme sul servizio militare previste dal nostro ordinamento non discriminatorie, anche con l’obiettivo di rendere più remota la possibilità di un futuro ripristino delle chiamate alle armi.

Il divieto per il nostro governo di riesumare la leva senza contestualmente dover coscrivere anche le donne potrebbe rappresentare un giorno per i giovani maschi la salvezza della vita. In definitiva, se la strada intrapresa in Norvegia contribuirà a promuovere più in generale a livello europeo il principio di neutralità di genere in tema militare, dal punto di vista della libertà individuale il saldo sarà più che positivo.