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La difesa/consumo del suolo diventa (forse) centrale. Il ddl Letta prova a dettare le regole

Tra le misure del “Fare Italia”, il provvedimento varato il 15 giugno in un Consiglio dei Ministri fiume, un’ottantina di articoli, un decreto e due disegni di legge, uno dei quali sul consumo del suolo a tutela dei terreni agricoli e per la riqualificazione edilizia. Un tema di stringente attualità sul quale, dopo la mancata approvazione del ddl Catania a causa della caduta del Governo Monti, si sono moltiplicate le proposte di legge.

Il 15 marzo, presentate contemporaneamente alla Camera, quella AC 70 e AC 150. Primi firmatari rispettivamente Realacci e Catania per la prima, Norme per il contenimento dell’uso di suolo e la rigenerazione urbana, e Causi per la seconda, Norme per il contenimento del consumo del suolo e la rigenerazione urbana la seconda. Titoli leggermente diversi, ma testi sostanzialmente identici.

Il 3 maggio è comunicata alla presidenza del Senato una nuova proposta, a firma Stefano (AS 600), relativa a Norme in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo del suolo. Infine, il 15 maggio alla Camera ancora Catania e Realacci depositano quali primi firmatari una proposta (AC 948) di Legge quadro in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo di suolo. Pareri contrastanti su queste misure. Perché se è ormai chiara la necessità di arginare un fenomeno, innescato nel dopoguerra per ricostruire il Paese, non lo sono altrettanto le modalità con le quali farlo. Prima ancora, gli strumenti con i quali provare a mettere ordine in un disordine ormai sclerotizzato.

A Messina l’espansione, senza pianificazione, verso sud. A Roma, Tor Pagnotta 2 appena al di fuori del Gra, lungo la via Laurentina, in una zona che doveva essere parco pubblico vincolato. A Barletta, la Zona 167, in un’area che era occupata da ulivi e vigneti. A Milano l’espansione urbana verso Cusano Milanino. A Baia Sistiana, sulla costa adriatica a circa 20 chilometri da Trieste, i due villaggi residenziali, alberghi, ristoranti, bar, piscine, posti barca, un mega-parcheggio e una Spa. A Longiano, nella zona collinare forlivese, nuove costruzioni al posto di zone coltivate e frutteti. A Monterosso, nello spezzino, il parcheggio per 300 posti auto, in una zona dove prima c’erano limoni e ulivi e nei pressi del canale che ha causato la frana del 2011. Attorno ad Acireale, nel catanese, i nuovi palazzi, in un’area prima coperta da limoneti. Sul litorale calabro, a Diamante, seconde case costruite nel tratto di costa tirrenica a sud di Maratea. Tra Lavagna e Sestri Levante le nuove costruzioni in un territorio nel quale il rischio idrogeologico a causa della cementificazione e dell’abbandono dell’agricoltura è altissimo.

Può bastare? In rapida successione una scarsa esemplificazione della furia edificatoria che sta soffocando l’Italia. La sta trascinando in un vortice. Il Bel Paese ormai irrimediabilmente trasformato. Sfigurato. Territori sempre più urbanizzati, brutti e pericolosi. Era il 1966 quando Celentano cantava, ne “Il ragazzo della via Gluck”: “Non so, non so perché, perché continuano a costruire le case e non lasciano l’erba”. Associazioni e singole autorità, a difesa di un Paese sempre più schiavo dell’asfalto e del cemento. Già allora ci si interrogava sulla validità di un modello urbano di sviluppo che a molti sembrava inadeguato. Alla lunga, inefficace. Sono serviti alluvioni e terremoti, smottamenti e crolli. Danni a volte irreparabili all’ambiente naturale dei territori, alle urbanizzazioni delle città, al patrimonio storico-archeologico di tanti distretti. E il sacrificio di tante persone.

Non importa se a spingere verso un cambio di rotta, non sia la reale consapevolezza che si stia procedendo verso il baratro, forse, ma la paura che prima o poi una nuova sciagura si possa abbattere anche sui nostri luoghi. Quel che conta è che si faccia qualcosa. Nel verso giusto.

Il ddl Letta mostra in tal senso idee chiare. Essendo ancorato ad un’architettura significativamente solida. Ancorata a punti fondamentali. Correlati al precedente e al successivo. Pensati organicamente. Insomma, un buon impianto anche se perfettibile. Si parte dalla definizione dei due concetti-chiave. Quello di “superficie agricola”, ossia tutti i terreni che, sulla base degli strumenti urbanistici in vigore, hanno destinazione agricola, indipendentemente dal loro utilizzo, e quello di “consumo del suolo”, inteso come riduzione di superficie agricola per effetto di interventi di impermeabilizzazione, urbanizzazione ed edificazione non connessi all’attività agricola.

Si prosegue individuando il procedimento volto alla determinazione del limite di superficie consumabile, che vede il coinvolgimento delle Regioni e Province autonome e che culmina con il decreto del Ministro delle Politiche agricole d’intesa con il Ministro dell’Ambiente, con il Ministro per i Beni e le Attivita’ culturali e con il Ministro delle Infrastrutture.

Un decreto, da verificarsi ogni 10 anni che appare a tutti gli effetti condiviso tra gli attori specificatamente interessati alla questione. Ma l’azione di controllo dovrebbe essere ulteriormente resa più efficace dall’operato di un Comitato interministeriale con rappresentanti anche dell’Istat e della Conferenza Unificata. Anche attraverso un rapporto sul consumo di suolo in ambito nazionale, che il Ministro delle politiche agricole provvederà a presentare al Parlamento.

Un ruolo di grande rilevanza è stato immaginato per i Comuni. I quali, entro un anno dalla entrata in vigore della legge, dovranno provvedere al censimento delle aree del territorio comunale già interessate da processi di edificazione, ma inutilizzate o suscettibili di rigenerazione, recupero, riqualificazione. Alla costituzione ed alla tenuta di un elenco delle aree suscettibili di prioritaria utilizzazione a fini edificatori di rigenerazione urbana e di localizzazione di nuovi investimenti produttivi e infrastrutturali. Il mancato adempimento di questi servizi impedirà la realizzazione, nel territorio comunale di interventi edificatori, sia pubblici che privati, sia residenziali, sia di servizi che di attività produttive, comportanti, anche solo parzialmente, consumo di suolo. Ancora, i Comuni “virtuosi” i cui strumenti urbanistici non prevedono l’aumento di aree edificabili o un aumento inferiore al limite fissato, potranno essere inseriti nel registro istituito presso il Ministero delle Politiche agricole.

Si guarda da un lato a salvaguardare le zone agricole, dall’altro a ridefinire le regole sul “costruito”. Relativamente alle prime, anche cercando di porre fine alle “storture” del passato anche recente, é posto il divieto di utilizzo per uno scopo diverso da quello agricolo, per almeno cinque anni dall’ultima erogazione, dei terreni agricoli che hanno usufruito di aiuti di Stato o di aiuti comunitari. Non soltanto. Si prevengono possibili vuoti temporali. Dalla entrata in vigore della legge e fino alla adozione del D.M. di determinazione dell’estensione massima di superficie agricola consumabile e, comunque, non oltre il termine di tre anni, non è consentito il consumo di superficie agricola ad eccezione della realizzazione di interventi già autorizzati e previsti dagli strumenti urbanistici vigenti e di lavori già inseriti negli strumenti di programmazione delle stazioni appaltanti.

La parte riguardante il “costruito” altrettanto significativa. Viene incentivato, attraverso la priorità nella concessione di finanziamenti statali e regionali previsti in materia edilizia, il recupero del patrimonio edilizio rurale per favorire l’attività di manutenzione, ristrutturazione e restauro degli edifici esistenti. Nell’ottica ormai consolidata della rigenerazione dell’esistente.

Si tenta di sanare le cesure esistenti, di riorganizzare gli spazi, svilupparne i servizi, accrescendone la loro funzionalità. Quindi, si prevede che i proventi dei titoli abilitativi edilizi siano destinati esclusivamente alla realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria, al risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici, a interventi di qualificazione dell’ambiente e del paesaggio, anche ai fini della messa in sicurezza delle aree esposte a rischio idrogeologico.

Il nuovo ddl prova a dettare le regole. Nel dopoguerra per le città italiane l’unica strada possibile per uscire dalle tante incertezze e dall’indeterminazioni non solo delle loro espansioni ma anche dei settori più centrali, era sembrata quella di costruire. Nuovi cantieri significava “alzare” non solo edifici crollati, disegnare nuovi isolati, ma anche ricostruire l’economia. Con colpevole ritardo rispetto a quasi tutti i partner europei abbiamo capito che bisogna voltare pagina. Forse giusto in tempo per evitare quanto profetizzato da Salvatore Settis nel suo Paesaggio, Costituzione e cemento, “Vedremo boschi, prati e campagne arretrare davanti all’invasione di mesti condomini, vedremo coste luminosissime e verdissime colline divorate da case incongrue e palazzi senz’anima”. Bisogna fare presto!


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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