“La mentalità dell’alveare”. L’irresistibile leggerezza della demagogia. Intervista a Vincenzo Latronico

– Quando all’ultimo Salone del libro di Torino fu presentato l’ultimo libro di Vincenzo Latronico (La mentalità dell’alveare, Bompiani 2013)  ebbi quasi un colpo. I miei timori e le mie riflessioni avevano “partorito” un romanzo, grazie al talento di un giovane e brillante scrittore che, come me sino a pochi anni fa, osservava l’Italia dall’estero, provandone un sentimento di amarezza.

Il tema attualissimo che questo romanzo offre l’occasione di approfondire è quello della demagogia. Un liberale è tipicamente avversario dei populisti e demagoghi di ogni colore. Chi si ispira ai principi del liberalismo, come me, privilegia le riflessione e l’approfondimento nelle scelte politiche, economiche e civili e  naturalmente non è a proprio agio con le ricette proposte dai demagoghi. L’einaudiano “conoscere per deliberare” è evidentemente la via più ardua per affrontare i problemi, mentre un demagogo sceglie sempre la via più facile, sacrificando l’utile futuro a quello immediato e in genere, come dimostra la storia italiana, sacrificando le generazioni future, che dovranno pagare il costo della demagogia, all’interesse di quelle presenti, che potranno incassarne i vantaggi.

La classica strategia comunicativa del demagogo è di convincere gli elettori che si trova davanti nascondendo le nefaste e prevedibili conseguenze delle più intriganti proposte.L’azione razionale – scrive Mises in Liberalismo – si distingue da quella irrazionale per il fatto che la prima comporta sacrifici momentanei, che sono però apparenti, perché saranno compensati dalle conseguenze positive che ne deriveranno. Chi evita il pasto succulento ma dannoso alla sua salute fa un sacrificio soltanto momentaneo e apparente; il premio che gliene verrà – ossia il mancato verificarsi del danno – dimostra che egli in realtà non ci ha rimesso, anzi ci ha guadagnato. Ma per agire in questo modo è necessario prevedere le conseguenze dell’azione. Ed è proprio di questo che approfitta abilmente il demagogo. Al liberale che chiede di fare un sacrificio momentaneo egli rivolge l’accusa di egoismo e di atteggiamento antipopolare, mentre egli si vanta di essere un altruista e di stare dalla parte del popolo

Vincenzo Latronico racconta di avere scritto questo libro dopo le elezioni politiche del febbraio 2013. Le stesse elezioni che io ho vissuto in prima persona, anche da candidato, avendo occasione di partecipare a incontri pubblici con esponenti del movimento grillino e di provare molte delle sensazioni che il romanzo evoca. Sbigottimento e timore per il populismo irrazionale, per la totale mancanza di analisi empirica e per le fantasie complottistiche, in particolare sui temi economici. Ma anche sconforto per lo straordinario risultato, che già si annunciava, di un partito che parlava disinvoltamente di signoraggio, ripudio del debito, uscita indolore dall’euro, decrescita e deindustrializzazione felice, vita a bassa velocità e a chilometro zero, autosufficienza alimentare…. Pseudo-proposte di successo.

L’autore spiega che in Germania si trovava spesso a discutere con amici stranieri, interessati alla situazione italiana e speranzosi per il “vento nuovo” che sembrava spirare. Non condivideva affatto il loro entusiasmo; ma quando provava a motivare il suo pessimismo era confuso, si scaldava ed a stento riusciva a spiegarsi. Il motivo? Provava paura. Anche io, paura per una incombente “dittatura della incompetenza”, agente acceleratore dei declini italiani che viviamo sulla nostra pelle e nella nostra vita pubblica e privata.

Vincenzo, la “La mentalità dell’alveare” è un romanzo, ma racconta di un movimento politico che diventa partito e vince le elezioni. Volevi rappresentare l’Italia post-elettorale?
L’idea di “rappresentare un paese” (o una generazione, o un momento storico…) è la croce della disperazione dello scrittore: perché è palesemente impossibile, e al contempo necessario perché l’invenzione letteraria abbia un senso – o, almeno, il senso che interessa a me. Altrimenti si tratta solo di centinaia di pagine che parlano di persone che non esistono. Per cui credo che la questione sia sempre cercare una chiave rilevante – un dettaglio che metonimicamente riesca a riassumere il contesto in cui si inserisce. Per un certo tempo (per fortuna quasi tramontato) si pensava che questa chiave fosse “il precariato”, in genere sotto forma di centralinista con laurea in lettere. A me, in questo momento, pareva che una chiave di questo genere per raccontare la realtà politica di oggi in Italia fosse la militanza grillina – una parte scelta di questa militanza: una parte motivata e onesta e competente e incazzata per via di un sistema politico che ha fatto tutto per meritarsela, l’incazzatura. E che tuttavia incanala quelle energie in una direzione a mio parere sbagliata.

Come e quanto le proposte populiste impattano nella vita quotidiana delle persone? il libro parla di una queste – l’impignorabilità della prima casa – ma ve ne sono di numerose e altrettanto angoscianti per questo Paese.
In Italia, siamo in certa misura vaccinati contro il populismo – nel senso che facciamo automaticamente la tara ai programmi politici, alle promesse elettorali, e non ci chiediamo (o almeno, in molti non si chiedono) se queste siano realistiche, e a quali condizioni. Questo è egualmente vero per tutti i grandi partiti, escluso il PD, che nel dubbio fa promesse tanto vaghe che chiedersi come implementarle non avrebbe senso. La lega dice “secessione”, il PdL dice “basta all’IMU”, il M5S dice “no alla pignorabilità della prima casa”, e nessuno spiegava in quale modo ciò fosse ritenuto possibile. Ho pensato che sarebbe stato interessante fare un esperimento mentale e chiedermi cosa sarebbe successo se quelle promesse fossero diventate realtà. Da un certo punto di vista, benché su tutt’altra scala, è la stessa cosa che ha fatto Ayn Rand in Atlas Shrugged.

C’è un parallelo preoccupante che emerge: dalla democrazia liquida alla democrazia liquefatta. Che ne pensi e come lo spiegheresti?
Tutta la metafora del “liquido” mi pare una vecchia moda che nessuno prende più troppo sul serio (o che nessuno dovrebbe prendere sul serio). Comunque la si voglia chiamare, però, la “democrazia digitale” è qualcosa con cui ci troveremo ad aver sempre più a che fare. Per certi versi è uno strumento utilissimo: per la trasparenza, per l’informazione elettorale, per i sondaggi… Quando si tratta di orizzontalizzare il processo decisionale e legislativo, però, ci si scontra con un problema a mio avviso insormontabile: la mancanza d’interesse e di tempo (prima ancora che di competenze).
Formarsi una posizione motivata e articolata su ogni delibera e ogni progetto di legge richiede un tempo e una concentrazione che in pochissimi sono disposti a dare gratis, come dovere di cittadinanza (per questo oggi paghiamo gente che lo fa al posto nostro, e che se lo facesse bene si meriterebbe appieno tutto ciò che gli viene dato). Per cui le discussioni finirebbero per essere dominate in larga parte da posizioni superficiali, frettolose e prive di sfumature. Come gli insulti? Già, come gli insulti.

Il romanzo evoca un mondo orwelliano dove la “verità” è definita da quanti “like” riporta una “idea” su un blog. Così finisce la democrazia e ad assurgere a tema dei temi è il rapporto “demagogia vs democrazia”. L’idea che la trasparenza e l’orizzontalità di Internet rappresentino il futuro della democrazia è la rappresentazione populista di un nuovo e improbabile sol dell’avvenire. Il libro mi pare rappresenti bene il rischio che quel futuro possa essere “nero e squadrista”.
In questo senso trovo poco appropriato parlare di “squadrismo” – si trattava di un fenomeno in certa misura organizzato. Qui la situazione è diversa (e per certi aspetti più preoccupante): non è necessario organizzarsi, fare gruppo; ognuno vale uno, e ogni “uno” è autorizzato (e incoraggiato) a mettere in dubbio, a giudicare, e a castigare a suon di insulti il colpevole. Tutto ciò in linea di principio è buono e sano – se non fosse che l’asticella del sospetto, della colpevolezza, si è spaventosamente abbassata; e il criterio di accettazione spesso non è la fondatezza di un’affermazione ma l’affiliazione politica (vera o presunta) di chi la pronuncia. Cosicché ciò che si ottiene è un misto di paralisi e caccia alle streghe – paralisi dovuta alla paura che a muovere un passo si finisca etichettati come strega. L’altro giorno, durante gli scrutini del primo turno di amministrative, vedevo l’intervista a un povero ragazzo del M5S di Roma. Balbettava, si interrompeva, ripeteva ossessivamente tre o quattro frasi vuote, evitava le domande: in un momento in cui il suo partito aveva appena subito una sconfitta drammatica, il suo primo pensiero non era alle ragioni di quella sconfitta ma a stare attento a non dire qualcosa che la sua “base” avrebbe visto come un tradimento. E quindi, nel dubbio, non diceva nulla. Penso che lo stesso sia vero a molti altri livelli.

Ci sono un paio di passaggi del libro che mi hanno molto colpito: sia perché evocano quanto poco la cultura liberale sia diffusa in Italia, sia perché ricordano quanto inquietante sia il funzionamento della rete, quando ci si deve difendere da attacchi populisti. “Erano poche, e flebili, le voci in difesa, e inascoltate: perché bastano due righe per un’accusa ma per una difesa ne servono venti: e chi le legge, venti righe.” Trovo sia una amarissima verità che vediamo davanti ai nostri occhi di frequentatori ed osservatori dei social network, anche per lavoro. Come credi sia possibile disinnescare questa pericolosa dinamica?
Non penso che si possa realmente disinnescare – il livello del dibattito è spesso quello anche in contesti ben più nobili dei blog di politica italiani. In parte si tratta, credo, di dare a queste discussioni il peso che meritano (e cioè non usare sedi che incoraggiano quel tenore per deliberare questioni rilevanti); in altra parte c’è solo da aspettare che si maturi. È tutto molto nuovo, e per molte persone manca un’etica di comportamento online sviluppata quanto quella offline (non credo che molti dei grandi insultatori del M5S siano altrettanto battaglieri, di persona). Penso che forse con il tempo ci meriteremo, come società, i mezzi di comunicazione che abbiamo.

“Leonardo Negri riaccese il cellulare dopo una sfiancante sessione d’esame di Storia delle dottrine economiche, un corso particolarmente insidioso su Bruno Leoni, che aveva messo a programma nell’intento di insegnare ai suoi studenti a “conoscere il loro nemico”. La scelta di citare Bruno Leoni è un caso? Questa attenzione del protagonista ai suoi scritti “nemici” cosa rappresenta?
Questo è stato un po’ un gioco – come quando, in treno, il protagonista legge (e non ama) un romanzo di Ayn Rand. Mi interessava mostrarlo impegnato in un dibattito di idee (benché dalla parte opposta a quella che prenderei io); non vittima della demagogia, ma suo difensore documentato. Ma in realtà temo che in pochissimi, in Italia, colgano questi riferimenti.


Autore: Antonluca Cuoco

Salernitano, nato nel 1978, laureato nel 2003 in Economia Aziendale, cresciuto tra Etiopia, Svizzera e Regno Unito. Dal 1989 vive in Italia: è un "terrone 3.0". Attualmente si occupa di marketing e comunicazione nel mondo dell'elettronica di consumo. Pensa che il declino del nostro paese si arresterà solo se cominceremo finalmente a premiare merito e legalità, al di là di inutili, quando non dannose, ideologie. È attivista di Fare per Fermare il Declino.

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