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I saggi sono al lavoro. Per le riforme o per rinviare il momento delle scelte politiche?

Come è noto, il gruppo dei 35 saggi per le riforme istituzionali ha iniziato i suoi lavori, che si dovrebbero concludere in autunno, quando diventerà, secondo le previsioni, operativo il Comitato parlamentare dei 40. La scelta dei numeri non pare casuale, evocando alla memoria immediatamente la famosa Commissione dei 75, alla quale nei lavori dell’Assemblea costituente fu affidato il compito di predisporre il progetto di Costituzione.

Quindi, la scelta compiuta sembra costituire un felice auspicio, ispirandosi idealmente ad una stagione politica nella quale la capacità di mediazione tra partiti contrapposti consentì di porre le basi costituzionali per lo straordinario periodo di sviluppo economico, sociale e politico che poi l’Italia avrebbe conosciuto e che non era per nulla scontato.

Inoltre, l’attuale processo di riforma potrebbe avere maggiori chance di successo rispetto agli illustri, ma infruttuosi, precedenti (la Commissione Bozzi, la Commissione De Mita-Iotti e, infine, quella D’Alema), in considerazione del fatto che rappresenta la condizione politica risolutiva della durata di questo Governo di larghe intese, come lo stesso Presidente Letta ha ufficialmente dichiarato nel suo discorso di insediamento, ma soprattutto del secondo mandato del Capo dello Stato, che non perde occasione per sollecitare, non senza ragione, energicamente i partiti politici all’assunzione di responsabilità che la crisi impone.

Malgrado la cabala e le contingenze politiche siano a favore del processo di riforme, ci pare questo sia affetto da un vizio di progettazione che potrebbe determinarne il fallimento: posticipare il momento della scelta politica. Al riguardo, il preliminare lavoro dei saggi rischia di essere soltanto un interessante momento di approfondimento tecnico, utile più al mondo accademico che a quello politico-istituzionale, in quanto le possibili diverse opzioni sulla forma di stato e di governo costituiscono la più alta forma di scelta politica, compiuta la quale i tecnici possono poi tradurre in un armonico ed equilibrato testo costituzionale, ma non viceversa.

D’altronde, anche l’illustre precedente storico citato in apertura conferma ciò: la Commissione dei 75 era una sede parlamentare, arricchita certamente dalla circostanza che molti dei suoi esponenti erano giuristi e intellettuali di primissimo piano, che consentì, tra l’altro, la produzione di un prodotto normativo di eccelsa fattura. Ma questo semmai evoca il problema della qualità della rappresentanza parlamentare.

In conclusione, invertire l’ordine logico dei lavori può sembrare un modo brillante per agevolare l’avvio di un confronto per avvicinare posizioni distanti, ma rischia di essere un narcotico istituzionale col quale, invece, favorire il rinvio del momento dell’assunzione della responsabilità politica, che, oggi come ieri, costituirà il vero banco di prova per il processo di riforma. E il fatto che questo momento coinciderà sostanzialmente con la stagione congressuale del partito democratico potrebbe fornire l’occasione per improvvise e strumentali lacerazioni per cucire nuove trame politiche.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

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