Gli impedimenti a orologeria e i rischi della democrazia giudiziaria

di CARMELO PALMA – Il giudizio della Consulta sul più contestato e controverso degli impedimenti opposti da Berlusconi ai suoi giudici non risolve nulla. Peraltro non sarebbe stato risolutivo neppure un responso diverso, più vicino alle aspettative dell’ex premier, che pretendeva l’annullamento dei processi e delle sentenze di primo e di secondo grado, su cui tra qualche mese deciderà definitivamente la Cassazione. La Corte Costituzionale, aderendo alle motivazioni del rigetto da parte del Tribunale di Milano, ha censurato invece l’abuso di un imputato avvezzo ad auto-produrre impedimenti a orologeria.

Si discuterà a lungo sulla natura “assoluta” dell’impedimento costituito da una riunione del Consiglio dei Ministri, collocata dallo stesso imputato sulla casella che i suoi legali avevano lasciato libera, concordando il calendario delle udienze. Al contrario, si potrebbe ragionevolmente replicare che, se per la convocazione di un organo costituzionale spetta ai giudici decidere della sua obiettiva urgenza e indifferibilità e dunque dell’impedimento del Presidente del Consiglio, non si arriva troppo lontani da un modello (poco raccomandabile) di “democrazia giudiziaria”. Insomma, nella partita a scacchi tra Berlusconi e la giustizia italiana, non mancano le buone ragioni al servizio dei rispettivi torti.

Dopo la tappa alla Consulta, anche il processo sui diritti Mediaset, come tutti gli altri, giungerà a una verità giudiziaria, che apparirà vera o falsa, giusta e ingiusta, secondo il pregiudizio innocentista o colpevolista di un Paese che specchia nei processi del Cav. le proprie divisioni più profonde e tenaci e che una giustizia “su misura” non può certo riconciliare. La politicizzazione della giustizia – che non discende solo dall’ostruzionismo legislativo di Berlusconi al corso dei processi, ma da quella sorta di mandato popolare all’azione penale che molti suoi accusatori hanno disinvoltamente rivendicato – alla fine ha disarmato i giudici, anche i più imparziali, di ogni pretesa neutralità e armato la retorica berlusconiana di un’enfasi vittimistica posticcia, ma non completamente infondata.

Il “problema Berlusconi” non potrà essere risolto, ma solo superato. La possibile interdizione del leader del PdL, come è evidente, renderebbe ancora più brucianti le ferite di quell’Italia che dall’ineleggibilità di Berlusconi si sentirebbe messa, a torto o a ragione, fuorilegge. Si può ridere dello zelo servile di Gasparri (caso eccezionale di passaggio dal fascismo all’aventinismo), che promette dimissioni di massa da parte dei parlamentari del PdL solidali con il destino del principale. Ma non si può ritenere “normale” e neppure prevedibile l’effetto che deriverebbe dal cortocircuito tra legittimazione democratica e delegittimazione giudiziaria.

È evidente che non si può chiedere e neppure sperare che i giudici di Berlusconi (a questo punto, in Cassazione) siano “sensibili” a questo conflitto. È però altrettanto evidente che una soluzione politica generale (come fu quella dell’immunità parlamentare, rottamata forse troppo frettolosamente agli albori di Tangentopoli) è resa in via di principio inammissibile dal fatto che a beneficiarne sarebbe il Caimano, che delle regole generali avverte non il senso ma l’ingombro e semmai rivendica un personale diritto all’eccezione.

Il risultato? Si rimane fermi, in un’eterna guerra di posizione lungo la frontiera scavata al centro dell’Italia bipolare. Dai processi e dalle sentenze – da quella di ieri come da tutte le altre – usciranno rinfocolati gli odi delle opposte tifoserie giudiziarie, fino a che non saranno gli elettori a chiudere il sipario e a voltare pagina. L’Italia si “libererà” di Berlusconi se lo decideranno gli italiani, non se lo decreteranno i supremi giudici della Cassazione o della Consulta.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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