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L’Uomo in più. I poteri taumaturgici del leader e la poetica della “romanella”

Berlusconi… solo lui può salvarci, Grillo… solo lui può salvarci. Pezzi di Paese che hanno ha il loro uomo della provvidenza. Ognuno ha la sua bandiera. Berlusconi, Grillo e tutti le altre icone salvifiche quali loro e come loro si amano e non si discutono, come la Magica Roma.

È una questione nota. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi, scriveva Brecht. Anche nel calcio è così, quando una squadra fa appello alla sua “bandiera” vuol dire che è in stato di crisi, che è messa male, che forse si va incontro alla sconfitta e che, soprattutto, la squadra di per se stessa funziona male, se ha imprescindibile bisogno della sua bandiera, e cioè, di uno su undici, Uno con la U maiuscola. Una squadra, una società, un gruppo, nella relazione micro/macro, nelle logiche di scala, funzionano allo stesso modo.

Ma partiamo da principio. La storia ci insegna due cose, apparentemente diverse ma che fanno parte dello stesso sistema d’azione; nei momenti di crisi sociale, di crisi storica, di un sistema, la crisi viene assunta, interpretata e messa in atto nella sua logica più profonda, più fertile, che è quella di “scelta e possibilità di cambiamento”. Per far ciò un gruppo ha bisogno di uomini “nuovi” che simboleggino e concretizzino le opportunità e le potenzialità che il cambiamento può offrire. Si giunge così ad un nuovo equilibrio, ad un nuova ottica di sistema. L’uomo nuovo, il leader, in questa fase non è più nuovo, ma si istituzionalizza, incarna e simboleggia la garanzia che le istanze e i desideri che sono stati la ragione propulsiva del cambiamento si concretizzeranno, troveranno risposta, si avvereranno.

Ma tutti i sistemi simbolici, e quindi ancor più quelli che i connotati di uno status quo politico, sono destinati ad andare in crisi, nel senso che si sclerotizzano. In termini di fisica sociale la sclerotizzazione del “rinnovamento” è una sorta di assioma. Il rinnovamento aggancia l’immaginario sociale perché metaforizza l’inconscia aspirazione all’appagamento del desiderio, che non può avvenire con attraverso l’azione e la trasformazione – ma il desiderio non può essere appagato se non attraverso un momento di stasi e la nascita di un nuovo moto di desiderio. Se il desiderio sociale venisse appagato, definitivamente e per sempre, verrebbero meno le energie vitali di una società, verrebbe meno la sua libido. E ciò che accade nei regimi dittatoriali dove la libido sociale viene sostituita con la narrazione, gestita dal potere ed eterodiretta, di una realtà, fittizia, che non c’è, se non nelle operazioni di propaganda del regime.

Una società sana, psicologicamente sana, è sana sono se ciclicamente va in crisi, se produce nuovi desideri che implicano il superamento del presente fino ad un nuovo equilibrio che poi verrà nuovamente messo in crisi, se una società non va in crisi vuol dire che è depressa o che c’è un regime, il che sono la stessa cosa. Ma quando una società va in crisi, e c’è il desiderio e il bisogno di trasformarla, c’è sempre chi – impaurito, per moto inconscio, dalle potenzialità, dalle occasioni e dalle possibilità implicate nel cambiamento – si appella al leader preesistente, lo racconta come unica possibilità di salvezza di un presente/passato certificato da contrapporre ad un presente/futuro volatile, incerto/non certo, che viene raccontato come oscuro, disgregante, allarmante, pessimistico, forse, potrebbe darsi, distruttivo. La crisi, in poche parole, c’è, ma viene rifiutata.

Una società è un gruppo, in scala è come un partito, un movimento, una azienda, una squadra. Quando questi sistemi vanno in crisi c’è chi vorrebbe rifondarli (parte sana del sistema) e chi vorrebbe rimanere fermo (parte insana del sistema, con ripiegamento narcisistico) e che per far ciò mitizza, ulteriormente, le funzioni salvifiche, apotropaiche e salvifiche del leader. Dopo di lui il diluvio, con lui la salvezza, stringiamoci a coorte. Se tutto ciò accade in un partito, i suoi componenti contrari al cambiamento si “militarizzano” in nome della monumentalizzazione e protezione della figura del capo. In poche parole, prima hanno lottato per trasformare qualcosa e per far ciò hanno seguito un capo, poi hanno imbullonato il consenso al nuovo sistema retto da quel capo, adesso si trovano a combattere non più per rinnovare, non più per “mantenere” e migliorare ciò che hanno conquistato, ma solo ed esclusivamente per e in nome del loro capo. La militarizzazione di un gruppo sociale e di un partito implicano la totale perdita di vista e dimenticanza dei valori che hanno portato all’espressione di quel gruppo sociale e di quel partito, valori che vengono sostituiti con la mera iconizzazione del leader, il leader assume in sé tutta quella serie di valori e ideali che una volta c’erano, che ora non ci sono più, e che hanno preso altre sembianze, la sua.

Tutto ciò è accaduto ciclicamente e sempre accadrà. Non c’è bisogno di andar lontano nella memoria, basta guardare al presente, basta vedere cosa sta accadendo con Berlusconi, in un ventennio, e con Grillo, in un biennio, con la grande accelerazione di questi giorni. Verrebbe facile dire che solo quelli che vorrebbero impagliare la storia in una sola imperitura immagine, lo fanno perché hanno il terrore di trasformare sé stessi, la propria immagine identitaria. O magari, il massimo rinnovamento plausibile per loro, è quello del tutto cambi affinché nulla cambi. Come quando in un appartamento invece di rifare per bene il muro del soggiorno ci si limita a dargli su una sola mano di bianco, che un po’ pulisce, ma solo un po’ – sotto quella mano di vernice rimangono tutte le imperfezioni, dopo un po’ il muro sarà di nuovo sporco e rovinato, il colore rovinato di sotto riuscirà presto fuori, tornerà a vista, basta aspettare un po’ – questa prassi edilizia a Roma si chiama “romanella”. La romanella si fa quando non si hanno i soldi per rifare le pareti, o quando si è sciatti, o quando il padrone di casa è uno stronzo. La poetica della romanella è una costante genetica della nostra politica.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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