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L’elezione di Rouhani non è una rivoluzione. Forse, però, poco ci manca

Non è proprio una rivoluzione, ma viene festeggiata come se la fosse: l’elezione in Iran del presidente Hassan Rouhani è stata salutata positivamente, con manifestazioni pubbliche, da tutti i riformisti.

Caduti nella disperazione dopo la fine della Rivoluzione Verde del 2009, colpiti con l’arresto di Moussavi e Karroubi, i due leader più vicini al movimento, frustrati dall’esclusione preventiva (da queste ultime elezioni) di Alì Akhbar Hashemi Rafsanjani, il più potente politico del fronte riformatore, i modernizzatori iraniani hanno avuto una rivincita inaspettata con la vittoria di Rouhani.

Non ci sono più le bandiere verdi di quattro anni fa, bensì quelle viola, simbolo del nuovo candidato. Ma l’entusiasmo nelle strade e nelle piazze delle città è lo stesso di allora: è come se avesse vinto Moussavi, a quattro sofferti anni di distanza. “Credo che l’elezione di Rouhani abbia ridato speranza all’Iran, che è alle prese con una crisi economica e il malgoverno di Ahmadinejad – commenta Shabnam Kasraei, iraniana trapiantata a Milano e attenta osservatrice dei movimenti riformatori di Teheran – Dopo la delusione del movimento verde e dopo che il Consiglio dei Guardiani non ha accettato la candidatura di Rafsanjani, tutte le speranze si sono riversate in Rouhani. La gente ha votato non sapendo se ci sarebbero stati nuovi brogli. Ma questa volta le cose sono andate bene, i voti sono stati contati, sembra che ci sia un’apertura politica. Molti hanno interpretato questa elezione come una vittoria anche del movimento verde, sembra che il regime abbia sentito la voce della sua gente. Ora Rouhani è salito al potere con l’appoggio di Khatami (ex presidente riformatore, ndr) e Rafsanjani, pertanto ci si aspetta molto da lui, sicuramente si trova di fronte a una grande sfida. Rouhani non ha un passato riformista ma nei suoi discorsi promuove un dialogo vicino alla posizione riformista. Nella sua prima conferenza ha ribadito che manterrà le sue promesse. Un dettaglio particolare: alla fine della conferenza un giornalista si è alzato gridando «ricordati che ci dovrà essere anche Mousavi!»”. Cioè il leader politico della Rivoluzione Verde.

Mantenere le promesse, però, non sarà una cosa facile. Vediamo quali possono essere i limiti del nuovo leader riformatore.

Il primo è nel suo stesso passato. Rouhani è parte integrante del clero sciita, contrapponendosi, in questo ad Ahmadinejad, espressione della Guardia Rivoluzionaria. Rouhani, però, non è mai stato un riformatore. Ha sostenuto la repressione del movimento di protesta studentesca del 1999, quando vennero uccise 17 persone e altre 1000 (o 1500) vennero arrestate. Non si è mai ufficialmente allineato al movimento riformista. Non era dalla parte dei manifestanti durante la Rivoluzione Verde del 2009. Posizioni ricoperte: dal 1989 al 2005 era alla testa del Consiglio di Sicurezza Nazionale. Per i primi 5 degli anni 2000, ha gestito in prima linea la questione nucleare, ricoprendo il ruolo di capo negoziatore dal 2003 al 2005. I governi occidentali vedono bene la sua elezione, perché nel 2005 fu lui ad essere allontanato da Ahmadinejad e ad essere sostituito da negoziatori più inflessibili. Ma non bisogna dimenticare che, proprio in quanto abile negoziatore, Rouhani è uno strenuo difensore dell’atomica iraniana. E, non a caso, le sue prime dichiarazioni da neo-eletto presidente, sono una difesa a spada tratta del processo di arricchimento dell’uranio, l’aspetto più controverso del programma nucleare.

Un secondo grande limite è istituzionale. Tutti i grandi temi che riguardano i rapporti con l’estero, quali il comando della Guardia Rivoluzionaria, l’organizzazione dei Basij (artefici della repressione del 2009), la politica di collegamento con Hezbollah, le armi al regime della Siria, sono tutte materie che Rouhani non può neppure gestire, visto che sono appannaggio dell’ayatollah Khamenei.

Infine, ma non da ultimo, desta sospetti la facilità con cui Rouhani è stato accettato dal resto dell’establishment. Il Consiglio dei Guardiani aveva espulso dal processo elettorale Rafsanjani, diretto rivale di Khamenei, troppo inserito nei vertici e veterano per condividerne pacificamente il potere. Moussavi e Kharroubi, i leader del movimento verde, non hanno potuto partecipare alle elezioni da uomini liberi. E le volte che il Consiglio dei Guardiani (indirettamente anche l’ayatollah Khamenei) è voluto entrare a gamba tesa nel processo elettorale… lo ha fatto, senza problemi. Come nel caso delle elezioni, palesemente truccate, del 2009. Resta una pulce nell’orecchio: se Rouhani ha vinto così facilmente, è perché non darà fastidio al sistema?

È però un’ottima cosa che gli iraniani festeggino. Dall’aspettativa di una stagione di riforme nascono solitamente grandi cose. Anche se Rouhani dovesse deludere, il movimento andrebbe avanti. Una delusione potrebbe dare addirittura una spinta maggiore. È piuttosto l’Europa che dovrà mantenere un atteggiamento “trust but verify” (abbi fiducia, ma controlla): in passato, il facile entusiasmo sprecato per riformatori che si rivelarono non essere tali, fu l’arma peggiore per disintegrare il dissenso democratico. Un esempio per tutti: Gorbachev. I dissidenti sovietici, da Nathan Sharansky a Vladimir Bukovskij, si ritrovarono doppiamente soli: perseguitati in patria, derisi in Occidente. Nessuno voleva più ascoltare il parere di chi si opponeva al potere di un presidente amato (pregiudizialmente) da tutti i nostri governi. L’Urss fece a tempo a disintegrarsi prima di diventare democratica (la Russia e la maggioranza delle altre repubbliche non lo sono mai diventate). Con Rouhani dobbiamo evitare lo stesso grado di ammirazione pregiudiziale. Osservare lucidamente se è un riformista e, se lo è, capire cosa possa realmente fare. Poi decidere se amarlo o meno.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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