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Che fa il ‘decreto del fare’?

A circa novanta giorni dal suo insediamento, il governo Letta ha partorito il suo primo importante provvedimento. Un decreto, articolato in 80 punti, salutato con peana da Berlusconi e più contenuta soddisfazione dal PD, che è stato ribattezzato “decreto del fare”.

Prima di analizzare l’efficacia delle misure contenute nel testo, è opportuno riepilogare il quadro di finanza pubblica all’interno del quale questo governo delle larghe intese si sta muovendo.

Fra i Paesi del G20 l’Italia è maglia nera per la crescita con un -0,6% nel primo trimestre e un tendenziale aggregato 2013 del -2,4%. Il debito pubblico, oramai abbondantemente sopra il 130%, si attesterà sul 134% del PIL a fine esercizio. Notizie migliori sul fronte del deficit, con l’uscita recente dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo, ma con sirene che prontamente chiedono di approfittarne per allentare il patto di stabilità. Se questo non avverrà, ci fa sapere Draghi, il deficit si consoliderà al 3% nel 2013 per poi scendere al 2,25% nel 2014.

Non si arresta la strage di imprese. Nel primo trimestre sono state 4218 quelle che hanno chiuso; circa 45 al giorno, il 13% in più rispetto al 2012.
Dunque un quadro, quello dell’economia del Paese, a tinte fosche, cui il governo Letta deve trovare soluzione.

Il punto forse più qualificante del decreto è quello che riguarda il riordino dei poteri di riscossione di Equitalia. Il documento interviene sugli aggi, sulla pignorabilità della prima casa e sulla rateizzazione. Dopo anni in cui il potere coercitivo dell’agenzia per la riscossione era aumentato a dismisura, un’attenuazione di quel potere va salutata sicuramente con soddisfazione. E’ una misura che va nella direzione di un riequilibrio dei rapporti fra cittadino e amministrazione fiscale che tiene, giustamente, conto della particolare violenza di una crisi economica delle imprese e delle famiglie che non accenna a diminuire da oramai sette trimestri.

Residuale ma significativa è quella parte del decreto che taglia la tassa sulle imbarcazioni da diporto introdotta dal governo Monti. Delle oltre 50 tasse introdotte o aumentate dall’esecutivo guidato dal senatore a vita, quella sulla nautica è la tassa che ha prodotto i peggiori effetti in termini di gettito. Rispetto ad una raccolta attesa di 155 milioni, nelle casse del fisco sono entrati appena 23 milioni, mentre il danno stimato subito dall’indotto (porti, operatori turistici ecc.) è stato di 700 milioni di euro.

Per quanto riguarda il pacchetto energia, è previsto uno sgravio di 550 milioni. Un’analisi più attenta di coperture ed efficacia la rimandiamo alla lettura del testo completo del decreto. Sono previsti 300 milioni nel triennio per ammodernamento e messa in sicurezza degli edifici scolastici. Misura senza dubbio utile, ma come per il precedente punto bisogna vedere dove si troverà la copertura. Gli uffici della pubblica amministrazione che ritarderanno i pagamenti verso i privati avranno l’obbligo di corrispondere 50 euro per ogni giorno di ritardo fino ad un massimo di 2000 euro.

È previsto un aumento del turnover nelle università con l’assunzione di 1500 nuovi ricercatori e 1500 professori ordinari. Per le imprese sono previsti finanziamenti agevolati attraverso la Cassa Depositi e Prestiti. Valore della misura 5 miliardi in 3 anni. Viene inoltre ridotta la soglia per l’accesso al credito d’imposta da 500 milioni a 200. Altre misure sono poi finalizzate allo snellimento della giustizia civile (impiego di stagisti e giudici ausiliari).

Nel complesso possiamo dire che il decreto prevede misure di buon senso. Tuttavia mancano ancora una volta due cose: non viene affrontato il nodo della spesa pubblica, anzi sembra che con questo decreto sia destinata ad aumentare; l’eccesso di tassazione ordinaria che colpisce tanto le imprese quanto i consumatori, non è preso in minima considerazione. Esattamente come i governi che l’hanno preceduto negli ultimi 20 anni, anche il governo Letta sembra voler procedere attraverso misure straordinarie e temporanee, piuttosto che affrontare i problemi che hanno generato la mancanza di competitività del nostro sistema economico. La crescita, quella vera che manca oramai da un lustro, non si ottiene a colpi di decreto ma attraverso riforme profonde ed incisive del sistema.

In Italia la parola riforma sembra si applichi solo ai progetti costituzionali, inevitabilmente destinati a fermarsi nelle paludi delle commissioni. Per le riforme di fisco, spesa e mercato del lavoro il tempo non è ancora arrivato. Intanto da Francoforte ci guardano.


Autore: Costantino De Blasi

Nato a Brindisi nel 1968, vive fra Salerno e Milano. Risk manager per una società di brokeraggio e consulente finanziario. Seguace di Friedman e della scuola liberista di Chicago, è iscritto a FARE per Fermare il Declino, e candidato al Senato.

2 Responses to “Che fa il ‘decreto del fare’?”

  1. Antonio scrive:

    Vorrei sapere come mai questi politici cercano sempre di fregare i contribuenti ed aiutare l’Equitalia, come? Adesso ve lo spiego :
    prima di uscire il decreto del fare un contribuente che doveva versare, per esempio, € 100.000 allo Stato tramite Equitalia con rateazione approvata in 72 rate, poteva pagare una rata si ed una no per un totale di 36 rate ed un importo totale di € 50.000 per poi ottenere una maggiore dilazione nei pagamenti e per non incorrere nella decadenza della rateazione non pagando due rate consecutive. Adesso col decreto del fare lo stesso contribuente potrà non pagare solo otto rate anche non consecutive e 64 rate le dovrà pagare obbligatoriamente per non incorrere nella decadenza della rateazione, quindi detto contribuente, sempre su un importo di € 100.000, verserà all’Equitalia un importo pari ad € 88.888,96 e non di € 50.000 come era prima e non verserà un importo pari ad € 11.111,12 e non di € 50.000 come era prima. Pertanto lo Stato avrà maggiori entrate ed il contribuente dovrà dissanguarsi per pagare tutte le 64 rate, chi ci ha guadagnato ? L’albo dei commercialisti che fa dorme invece di difendere i contribuenti ?

  2. marcello scrive:

    Se facessero una legge della corruzione equivale a 1 manovra e mezzo l’anno, e se finalmente faccessero pagare non solo gli evasori, che hanno portato all’estero delle ingenti quantità di capitali, ma anche i proprietari delle case da gioco, ci sarebbero i soldi per migliorare i servizi pubblici e fare qualche investimento per far ripartire l’economia italiana.

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