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Serve più concorrenza per ridurre la spesa pubblica (e le tasse)

Ai buoni propositi del Governo Letta non sono ancora seguiti interventi strutturali per il rilancio dell’economia e dell’occupazione. Il decreto legge varato dal Consiglio dei Ministri sabato scorso prevede alcune semplificazioni utili alle imprese, sblocca cantieri che promettono di modernizzare la rete infrastrutturale, soprattutto nel settore dei trasporti, ma non contiene le misure necessarie a fermare la discesa della produzione e dell’occupazione.

Le grandi opere possono smuovere un indotto importante e modernizzare il sistema paese, ma non incidono sulla capacità del paese di attrarre investimenti e delle imprese di sostenere una pressione fiscale ancora troppo alta per far ripartire il paese. A ciò si aggiunga che l’analisi costi-benefici degli investimenti infrastrutturali promossi non garantisce esiti certi. In assenza di segnali di prezzo, non vi sono garanzie che le risorse pubbliche stanziate siano usate in modo efficiente.

Gli incentivi previsti, come ad esempio il credito agevolato alle imprese che investono in macchinari, ricerca e innovazione, hanno carattere microsettoriale. Aiuteranno le aziende che riusciranno ad accedere ai finanziamenti a tasso ridotto a investire e sopravvivere, ma non tocca la generalità delle imprese, messe alle strette dal calo di consumi e dagli aumenti delle imposte decisi negli ultimi anni.

La tassazione su produzione e importazioni in Italia è più alta che nel resto dell’Unione Europea di 1,6 punti percentuali di PIL, che corrispondono a circa 25 miliardi di euro. Le imposte sui redditi sono più elevate di 2,1 punti percentuali di PIL (oltre 36 miliardi di euro). La pressione fiscale sul lavoro è pari al 42,3%, contro una media europea del 35,8%. Se non si riescono a trovare le risorse necessarie a evitare l’aumento dell’IVA (4 miliardi, ossia lo 0,25% del PIL), il quadro non è incoraggiante. Specie se si fa il raffronto con l’ammontare della spesa pubblica annuale, pari a 800 miliardi di euro. Non solo è necessario evitare l’aumento dell’IVA, ma è ancor più urgente ridurre le imposte su lavoro e imprese.

Per trovare le risorse necessarie, sono due le vie percorribili: la più immediata, ricorrere ai famigerati tagli lineari. Misura rozza, ma immediata; sicuramente preferibile al non fare: meglio una riduzione indiscriminata alle voci di spesa pubblica, per poi correggere il tiro rimodulando le risorse ad esse destinate, piuttosto che soffocare famiglie e imprese.

L’alternativa passa per la realizzazione di riforme strutturali che informino l’economia pubblica e privata a criteri di concorrenza. L’incapacità di individuare gli sprechi nelle maglie della pubblica amministrazione può essere imputabile a malafede o oggettiva assenza di informazioni. La prima causa, se significativa, non può essere estirpata se non con un cambio della classe politica. La seconda, comunque presente e determinante, può essere contenuta introducendo segnali di prezzo dove non ci sono e misure volte a responsabilizzare i centri di costo.

Possibile che tutti i musei italiani incassino meno del Louvre? Solo una maggiore autonomia finanziaria che spinga chi gestisce i siti mussali ad attrarre più visitatori può consentire l’erogazione di migliori servizi culturali e costi più ragionevoli per i contribuenti.

I trasferimenti alle imprese volti a garantire i servizi universali (per esempio quello postale e ferroviario) sono commisurati all’offerta rivolta dai beneficiari? Solo il ricorso a gare aperte e competitive permette di individuare il soggetto capace di offrire di più a minor prezzo. Nel caso del trasporto ferroviario, la premessa per la liberalizzazione del mercato è la separazione tra la rete infrastrutturale e gli operatori di trasporto.

A quel punto, anche gli investimenti sulla rete possono orientati da segnali di prezzo, dati dall’interesse degli operatori ad acquisire le nuove tratte aperte. Lo stesso dicasi per servizi come quello scolastico e sanitario. Lo stato può benissimo garantire il diritto alle cure e all’istruzione consegnando direttamente ai cittadini che ne abbisognano le risorse necessarie ad approvvigionarsene e lasciando che scuole e ospedali, pubblici e privati, competano per guadagnarsi la fiducia delle famiglie.

Se non si varano riforme strutturali che introducano incentivi di mercato nell’offerta di servizi pubblici, il perimetro della sfera pubblica continuerà ad espandersi, a danno dei contribuenti, senza un corrispondente miglioramento dell’offerta.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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