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Londra privatizza la difesa, ma anche no. Intervista ad Andrea Falconi

– È comparsa in questi giorni in Italia una notizia, di quello che solitamente passano in secondo piano, ma che agli occhi più attenti ha suscitato una grande attenzione. Il Ministro della Difesa britannico John Hammond, ha annunciato un piano di “privatizzazione” del procurement militare del Regno Unito sul modello GOCO (Government-Owned, Contractor Operated). Cosa può comportare una mossa di questo genere, in un settore che noi siamo abituati a sottintendere come “pubblico”? Lo chiediamo ad Andrea Falconi, analista di difesa, già collaboratore del Centro Studi Internazionali e dell’Istituto di Politica.

Dottor Falconi, Il ministro Hammond ha scelto di procedere alla costituzione di un sistema di procurement basato sul modello GOCO. Ci spieghi innanzitutto di cosa si tratta e perché il governo britannico si vorrebbe muovere in tal senso.

Gli sforzi del Ministro Hammond sono concentrati nella rivisitazione del sistema di procurement britannico, attualmente basato su una branca del MoD, la cosiddetta DE&S (Defence Equipment and Support), una sorta di nostra Direzione Generale degli Armamenti con compiti inerenti anche al supporto logistico, nata nel 2007.

Tale centro ha attirato notevoli critiche, relative soprattutto alla pessima gestione dei programmi ed all’esponenziale crescita della spesa per il procurement, ricaduta in ultima istanza sui contribuenti (1.3 – 2.2 miliardi di sterline l’anno). Ad esempio, nel febbraio 2012, il Common Public Account Commitee del Parlamento (preposto alla supervisione delle spese governative) sottolineava come fosse impossibile pensare una qualsiasi politica di procurement a fronte del disavanzo negativo di 45,43 miliardi di euro nelle previsioni di spesa e investimento della Difesa per il decennio 2010-2020. Vi sono state enormi critiche anche sulla costruzione delle nuove portaerei classe Queen Elizabeth: all’inizio si parlava di 3-4 miliardi di euro, ora siamo a 7.5. Altri programmi stanno subendo una riduzione degli ordini, proprio per la contrazione di spesa: Boeing CH-47 Chinook, passati dai 24 del 2009 ai 14 attuali, Airbus Military A400M, da 25 a 22, aggiornamenti per gli elicotteri SA 330 Puma, già in dotazione e non solo.

In generale, secondo il Common Public Accounts Committee, i programmi nel loro complesso costerebbero 71 miliardi di euro, con un aumento di 7,21 miliardi (+11,3%) rispetto alle pianificazioni del 2008 e del 2010, ed avrebbero accumulato ritardi complessivi di 322 mesi.

È quasi come se il MoD stesse ammettendo che non è in grado di gestire le cose da solo, per mancanza di esperienza e capacità, quindi vuole aprire al settore privato tutta la fase relativa al procurement.

In altre parole, tutto ciò che va dall’individuazione del requisito, al settore ricerca e sviluppo, alla gestione del programma, alla conduzione degli appalti, ecc. dovrebbe passare in mano a un’azienda privata, che agirebbe come contractor per il MoD (da cui il nome: Government-Owned, Contractor Operated). Il costo finale per il MoD, quindi, sarebbe solo quello relativo all’acquisizione finale del prodotto.

 

Quindi non parliamo proprio di liberalizzazione?

Assolutamente no. Nell’ambito della Difesa, una completa liberalizzazione del mercato è assolutamente impensabile, proprio perché la Difesa è qualcosa di inerente alla sovranità di uno Stato ed al monopolio della forza legittima. D’altra parte, quale Stato vorrebbe vedere la propria politica estera e di Difesa sottoposta alle decisioni di una azienda privata qualsiasi?

Semplicemente, dopo aver attirato molte critiche, a causa di programmi dispendiosi (pensati per il ruolo di super potenza UK, drasticamente ridotto negli ultimi anni) il sistema pubblico di procurement britannico sta provando a reagire come è nella mentalità anglosassone, ovverosia aprendo al mercato privato alcune prerogative che in altri modelli accentrati, come il nostro, sarebbero inderogabili.

Questi sforzi di liberalizzazione, in realtà, riguardano la volontà di affidare al settore privato tutta la gestione dei programmi, il cosiddetto “lavoro sporco”, ma in ultima istanza l’effettiva acquisizione del sistema d’arma, la sua introduzione e, soprattutto, il suo impiego, rimarrebbero nelle mani delle autorità politiche.

 

Cosa può cambiare nella difesa britannica?

E’ ancora presto per dirlo. Gran parte delle indicazioni sul nuovo modello di procurement potrebbero trapelare verso la fine di quest’anno, quando si capirà a quale azienda il MoD britannico intende affidare tale sistema di procurement. Quello che è certo è che non sarà la Bae, per evidenti problemi di conflitto d’interesse. Attualmente, da più parti si ritiene che tale apertura al settore privato sottintenda in realtà un’azione volta ad implementare il legame tra il sistema Difesa di Londra e quello di Washington. Qualora l’azienda selezionata per reggere le redini dei programmi britannici fosse statunitense, infatti, sarebbe un chiaro segnale di tale volontà, e d’altra parte non stupirebbe nessuno.

 

Può essere un esempio per l’Italia?

Difficilmente potrebbe esserlo, per usare un eufemismo. Una scelta del genere si basa sulla fiducia che il settore privato sia maggiormente in grado di gestire programmi e risorse rispetto a quello pubblico. Non è un caso che si stia parlando della possibilità di tale modello in un sistema anglosassone, anziché in uno di tipo europeo-continentale. Per canalizzare tale fiducia, il settore privato dovrebbe possedere una lunga esperienza economica scollegata dalla realtà statalista.

Nel modello economico italiano, purtroppo o per fortuna, permangono ancora diversi lasciti di tale impostazione. Le aziende della Difesa italiane, anche qualora risultino a maggioranza private, sono in qualche modo riconducibili alla sfera pubblica statale. Molti programmi vengono portati avanti solo grazie al settore pubblico, con un notevole dispendio di risorse e di energie. D’altra parte, è un discorso che non si limita solo alla Difesa. Basta guardare, ad esempio, agli effetti che l’apertura improvvisa del mercato ha avuto sul modello accentrato italiano negli anni ’90 per comprendere il bisogno italiano del paracadute statale.

Una scelta come quella britannica, che bisogna ricordare non è ancora stata portata a termine, e difficilmente lo sarà nel breve periodo, può essere portata avanti solamente in un sistema economico che abbia una matura esperienza di stampo liberista.


Autore: Antonio Mastino

Classe 1983, viene dalla ridente isola di Sardegna. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ha formato la propria esperienza nell'analisi internazionale al Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, curando in particolar modo gli scenari geopolitici dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Estremo Oriente.

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