di PIERCAMILLO FALASCA – Ci sono ancora pochi giorni per evitare agli italiani l’ulteriore e penoso aumento della pressione fiscale rappresentato dall’aggravio di un punto percentuale (dal 21 al 22) dell’aliquota ordinaria dell’IVA, in vigore dal 1° luglio 2013.
A leggere i quotidiani odierni, pare che il problema principale sarebbe la difficoltà a reperire i fondi per coprire finanziariamente l’eventuale abrogazione dell’aumento. Detto in altri termini, non si sa come tagliare la spesa pubblica di 2 miliardi di euro per il secondo semestre dell’anno in corso e di 4 miliardi all’anno dal 2014. Sono briciole, rispetto al moloch del bilancio pubblico italiano, eppure sono briciole a cui nessuno pare davvero intenzionato a rinunciare. I tagli di spesa sono forse l’espressione più autentica della volontà politica, perché implicano l’assunzione di scelte che inevitabilmente colpiscono alcuni specifici interessi particolari, a vantaggio di un equilibrio generale. Nel caso dell’IVA, per un governo che decidesse di non decidere, le condizioni sono particolarmente favorevoli: l’aumento è stato stabilito anni fa (dal governo Berlusconi, peraltro), è spalmato su tutti ed sarà tanto “impalpabile” quanto palpabilissima è la rata dell’IMU.

Quel che dovrebbe indurre il governo ad evitare ad ogni costo l’aumento IVA è il rischio – molto concreto – che il provvedimento produca in realtà una riduzione del gettito fiscale. Ciò può avvenire sia per un effetto depressivo sui consumi della nuova aliquota del 22 per cento (siamo già nella fase calante della curva di Laffer?), sia per una scelta deliberata degli italiani di reagire a questa forma di accidia della politica rispetto alla spesa pubblica. L’evasione fiscale è in Italia – con diverse gradazioni nelle diverse aree del Paese – un dato strutturale, frutto di un’illegalità diffusa ma anche reazione all’evidente sproporzione tra quel che lo Stato chiede ai contribuenti e quel che restituisce loro sotto forma di servizi.

La storia degli ultimi anni testimonia la tendenza dello Stato italiano a trasformare qualsivoglia aumento del gettito fiscale (che sia esso prodotto dall’aumento dell’attività economica, da un aumento di tassazione o da una maggiore compliance fiscale dei contribuenti) in un aumento della spesa pubblica. Ciò smentisce, o comunque inficia pesantemente, il mito del “pagare tutti per pagare meno”. Un sistema fiscale sempre più delegittimato finisce per legittimare la pratica della “evasione IVA marginale”, il metodo della fattura mancata ogni tot fatture emesse, il ridimensionamento del valore ufficiale delle prestazioni professionali. Il cliente finisce per accettare la piccola evasione dell’artigiano o dell’esercente commerciale, a volte beneficiando di un sconto, altre volte semplicemente solidarizzando con la sua controparte.

Una tassazione eccessiva è immorale e altrettanto lo è un governo dichiaratamente incapace di ridurla. Non è un caso che il premier britannico David Cameron, alla guida di un Paese con un sistema fiscale meno vessatorio e oggetto recentemente di un significativo alleggerimento, sia oggi il più credibile alfiere della lotta all’evasione fiscale. Stia attento l’esecutivo guidato da Enrico Letta a non trasformarsi nel miglior alleato dell’evasione: all’immoralità dell’azione di governo, gli italiani potrebbero reagire con comportamenti illegali, ma sempre meno deprecabili.