di FEDERICO BRUSADELLI – “Saccomanni è un tecnico: meno parla, meglio è”. Non sembra essere servito a molto il suggerimento che il capogruppo del Pdl Renato Brunetta ha rivolto due giorni fa, con il consueto garbo, al ministro dell’Economia del “suo” governo. Perché Saccomanni non solo ha parlato, ma lo ha fatto per dire che il “libro dei sogni” del centrodestra tale potrebbe rimanere.

“L’Imu, se eliminata, comporterebbe un onere di quattro miliardi l’anno i quali, se aggiunti ai quattro per l’Iva, fanno ipotizzare la necessità di interventi di tipo compensativo di estrema severità che al momento attuale non sono rinvenibili”,  ha spiegato il ministro durante il question time nell’Aula del Senato. “Rispetto alle scorse settimane – ha sottolineato Saccomanni – la situazione mostra dei segni che non sono incoraggianti. C’è un quadro peggiore, questo significa non solo una decrescita ancora seria, ma anche dati negativi per quanto riguardano il gettito delle imposte e anche dell’Iva”. Insomma sarà pure un tecnico ma il responsabile di via XX settembre, come osserva Stefano Folli sul Sole 24 Ore, “ha centrato il punto politico con una precisione sconosciuta agli abituali protagonisti del dibattito pubblico”. E il punto, molto semplicemente, è che i soldi non ci sono. O meglio, non sono “rinvenibili” allo stato attuale delle cose.

Come possono – questo Saccomanni non lo dice, ma è di fatto quel che intende dire – questi partiti indeboliti e ossessionati dalla ricerca del consenso a breve termine, supportare un serio intervento di taglio alla spesa pubblica, difficile da gestire già in condizioni normali, figurarsi in tempi di crisi? Come possono garantire copertura politica a misure che non mancherebbero di suscitare reazioni corporative, mediatiche o più genericamente “popolari”? A non essere rinvenibile, insomma, non è tanto la somma in sé (pure ingente), quanto il “consenso” politico che dovrebbe fare da scudo agli interventi attraverso cui recuperarla.

Con onestà intellettuale il ministro punta indirettamente i riflettori su quella che è la debolezza genetica dell’esecutivo guidato da Enrico Letta: ovvero l’incapacità dei suoi principali azionisti di abbandonare la logica elettorale in favore di quella emergenziale. “In fondo – scrive ancora Folli – la differenza fra una grande coalizione nata in una fase d’emergenza e un esecutivo di buona volontà ma di ordinaria amministrazione dovrebbe essere proprio questa: la capacità di affrontare scelte difficili”. Che non sono solo l’autoriforma della politica o la revisione costituzionale, pure importanti (a patto di non scivolare in un’inconcludente deriva grillina).

Il governatore della Banca d’Italia due settimane fa ha ricordato la vera agenda attorno alla quale è bene che le forze di maggioranza si mettano al lavoro: la lotta alla disoccupazione, il fisco, la spesa pubblica, il rilancio del sistema produttivo, la ristrutturazione del sistema formativo, l’investimento in innovazione tecnologica e nelle infrastrutture. Cose sulle quali i “tecnici” avevano provato a intervenire con decisione, pagandone alla fine il prezzo. L’aver liquidato il governo Monti non significa però che se ne possano liquidare anche le priorità.

Invece è quel che sembra accadere, quasi che dopo l’addio dei professori, delle lacrime e dei sacrifici, il ritorno della “politica” potesse significare automaticamente il ritorno nel paese di Bengodi. Saccomanni, da tecnico (come ricorda sprezzantemente Brunetta), ci tiene a ricordare che i soldi non crescono sugli alberi. E il ministro allo Sviluppo Flavio Zanonato, da politico, comunica al paese che pertanto l’aumento dell’Iva sarà inevitabile, guadagnandosi la sua dose di fischi e di insulti, dal medesimo Brunetta ma anche dal suo partito, tra le cui file, dopo la vittoria alle amministrative, prende corpo immancabilmente l’ossessione della “perdita di consenso”.

“Tanto valeva tenersi Monti”, sussurra ora qualcuno dalle parti del Pd. Dalle parti del Pdl, invece, pensano, assai più pragmaticamente, che tra Monti e Letta non c’è poi grossa differenza, e che la sceneggiatura riservata al primo (staccare la spina, cavalcare il malcontento, tuonare contro i sacrifici e promettere l’impossibile) si può ben replicare anche con il secondo. Brunetta è già nella parte, e non è certo il solo.