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Lazio, “demolito” il Piano casa della Polverini. Adesso va ricostruita l’Urbanistica

Il Lazio è una regione nella quale una cattiva urbanistica armata da una certa sotto-politica compiacente e affaristica ha creato disastri irrecuperabili. Alcune zone, specialmente dell’hinterland romano ma non soltanto, trasformate in quartieri-dormitorio, in borgate moderne, con meno polvere per le strade ma uguale mancanza di un ragionamento iniziale riguardante la loro pianificazione.

I tanti, piccoli e grandi, fuorilegge dell’edilizia hanno dilatato le città e divorato senza scrupolo territorio, spesso avendo l’ “autorizzazione” a farlo. In nome di PRG inadeguati fin dalla loro approvazione, di varianti criminali e, alle volte, di misure “mortali”. Per il Paesaggio inteso nella sua complessità, come mix di Ambiente fisico e antropico. Uno degli esempi “peggiori”? Senza dubbio, il cosiddetto Piano Casa. Il fiore all’occhiello della Giunta Polverini, ancora in attesa delle obiezioni sub judice alla Consulta. Ma intanto il nuovo Governatore, Zingaretti, deciso nel voler cambiare le norme più contestate, di concerto con i rilievi del Mibac. Proprio per questo, una prima importante determinazione quella di sospendere, in via cautelativa, uno dei punti più importanti. L’articolo 2 comma 2 lettera f il quale afferma che il divieto di trasformazione di aree pubbliche, o meglio, di aree private da espropriare per interesse pubblico, in aree edificabili, vale solo per i primi cinque anni dall’approvazione del Piano Regolatore generale.

La storia del Piano casa è un esempio al contrario. L’economia è in recessione? Il lavoro non c’è? La risposta più immediata è senz’altro costruire. Magari anche ri-costruire. Questa in sintesi l’idea fondante del Piano casa varato nell’estate 2012 dalla giunta regionale del Lazio guidata da Renata Polverini. “In questa legge ci sono tutte le risposte che i cittadini si aspettano e che la Giunta precedente non è riuscita a dare”, dichiarava fiera l’ex governatrice intervenendo alla discussione sul Piano. Due miliardi di investimenti previsti. Nuovi alloggi per molti. Per Gianni Alemanno soltanto a Roma sarebbe stato possibile costruire 4.200 case popolari. I costruttori, naturalmente, gongolanti. Insomma la risposta migliore ad una necessità. Al punto che ancora, pochi giorni prima delle elezioni amministrative romane, Luciano Ciocchetti, già assessore all’Urbanistica nelle giunte Storace e Polverini, a margine del Forum sul governo del territorio, sosteneva che era intenzione sua e del candidato sindaco di centro-destra “introdurre la filosofia e i concetti del Piano casa regionale all’interno delle norme tecniche del Piano regolatore generale e dell’attuale piano edilizio. Un Piano, quest’ultimo, che è ormai superato … e che va senz’altro cambiato”.

Fortunatamente l’esito del ballottaggio ha scongiurato questo ulteriore pericolo. Anche perché sulle misure entusiasticamente presentate dall’ex governatrice del Lazio e da alcuni mesi parlamentare del Pdl, nel frattempo erano intervenute le impugnative davanti alla Corte Costituzionale del Governo. A farlo per primo, suscitando l’ira della governatrice che arrivò a protestare direttamente con Silvio Berlusconi, fu l’allora ministro dei Beni culturali Giancarlo Galan, per il quale il piano invadeva le competenze del governo prevedendo un condono in aree vincolate. La seconda, decisiva, nel settembre del passato anno. Le motivazioni inequivocabili. “Contiene alcune disposizioni in contrasto con le norme statali in materia di tutela del paesaggio e in materia di governo del territorio”, si leggeva. Ed eccoci al problema. Alla questione principale che il Piano disattende in pieno. Considerare che le città, i territori, siano faccenda che riguardi esclusivamente l’urbanistica. Come spiegarsi altrimenti l’articolo 3 ter, in materia di cambi di destinazione d’uso?

Una norma che prevede, “in deroga agli strumenti urbanistici ed edilizi comunali”, cambi di destinazione d’uso da non residenziale a residenziale, “attraverso interventi di ristrutturazione edilizia, di sostituzione edilizia con demolizione e ricostruzione, e di completamento”. Una norma che, più di tutte, apriva la porta a operazioni di grosso cabotaggio, soprattutto nella Capitale. Secondo le cifre del Cresme, tramite questo articolo sono già stati autorizzati con permesso di costruire 180mila mq di interventi. E molti altri sarebbero arrivati in futuro. Secondo le stime, forse eccessive, di Legambiente, addirittura trenta milioni di metri quadri di nuovo cemento.

Quel che è certo è che, al di là dello stop imposto dalla Consulta, sembra esserci la volontà di rivedere una misura inadeguata. Introducendo le modifiche chieste dal Mibac, riguardanti l’invasione di competenze dello Stato da parte della Regione per quanto riguarda la materia del paesaggio. Ma anche la soppressione della norma che inseriva in una legge le riaperture di termini di quello che in pratica era un condono. Contestando ai Comuni di non poter modificare attraverso strumenti urbanistici i piani paesaggistici, né la facoltà della Regione di poter avallare questa attività attraverso una propria legge.

L’edilizia abitativa non avrebbe avuto reali, significativi, benefici dal Piano casa Polverini. E, comunque, se li avesse avuti, sarebbero stati pagati a caro prezzo. Creando ulteriori, insanabili, storture nelle maglie urbane, nei territori ormai sempre più disarticolati. L’edilizia pubblica deve essere il motore. Alimentato con fondi che ci sono ma che risultano bloccati, come quelli “ex Gescal”. Indubitabilmente qualsiasi Piano Casa regionale per avere una sua valenza positiva non potrà non essere ancorato a misure di carattere nazionale. Nelle quali a prevalere non dovranno essere gli interesse di pochi. Come troppo frequentemente si è verificato finora. Incardinare il Piano al testo unico sull’urbanistica sarebbe più che importante. Il mito dell’urbanistica e la pratica dei PRG, considerati via via un inciampo sul cammino dello sviluppo e del progresso, sono correlati fra loro più di quanto non credesse Pasolini. È arrivato il momento di invertire la tendenza.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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