Categorized | Cronache di Webia

“Contro il narcisismo digitale”. Intervista ad Andrew Keen

Andrew Keen è un imprenditore della Silicon Valley, fondatore di Audiocafe.com, ma soprattutto un importante relatore sui temi dell’impatto delle tecnologie digitali sull’economia e la società, piuttosto conosciuto per le sue posizioni molto critiche riguardo le nuove tecnologie. Ha scritto due libri: Dilettanti.com (titolo originale: The Cult of the Amateur), in cui affronta il tema degli user-generated content, contenuti prodotti da utenti volontari o “dilettanti” che secondo l’autore rischiano di mortificare la competenza e il talento, e Vertigine digitale (Digital Vertigo), in cui l’autore critica duramente la rivoluzione dei social media che ci sta portando verso nuove forme di “esibizionismo” digitale. A margine della presentazione del suo ultimo libro, parliamo di mezzi di comunicazione e dell’impatto delle nuove tecnologie in questo campo.

Qual è il trend nel campo dei media? Sarà ancora un affare gestire un quotidiano in futuro o no?
Questa è una buona domanda. Nel 2007 ho scritto un libro intitolato Dilettanti.com, in cui paventavo la possibilità del crollo totale dei media tradizionali e dell’industria editoriale. Sono diventato un po’ più ottimista a riguardo, ma penso ancora che i media digitali arriveranno a coprire il 90-95% del mercato. Tutti i supporti fisici che oggi vengono usati per la musica, i libri o i film finiranno sempre più per diventare merce per feticisti o per geek, un prodotto per collezionisti come i dischi in vinile. E ovviamente saranno molto costosi. Il commercio digitale, al contrario, diventerà la regola: musica, libri, film, notizie costeranno meno di oggi. Ora dobbiamo pensare se il mondo dei media sopravviverà a questa trasformazione. Secondo me, ci saranno alcuni grandi gruppi che domineranno nel mondo, che avranno un modello di business sostenibile – non so quanto profittevole – mentre i giornali provinciali e locali spariranno sicuramente, perché non saranno più un business redditizio, verranno schiacciati da un lato dai grandi gruppi e dall’altro dall’enorme quantità di contenuti gratis che girano in Rete. Questa tendenza già adesso si sta verificando negli Stati Uniti: tutti i giornali “locali”, dal Los Angeles Times al Boston Globe, al San Francisco Chronicle stanno chiudendo. La Silicon Valley ci ha sempre detto che il futuro sarebbe stato locale, ma si sbagliavano. Alcune aziende molto legate al territorio potrebbero sopravvivere, certo, ma al giorno d’oggi se vuoi sapere un risultato sportivo o le previsioni del tempo o una ricetta, ti basta andare online.

È ancora critico nei confronti degli user-generated content?
Beh, penso che il dibattito si sia evoluto. Ormai gli user-generated content sono un argomento di conversazione quando prendi il tè, nessun imprenditore della Silicon Valley ormai ne parla più. Molte persone nel 2005 o nel 2006, però, pensava che i blogger avrebbero fatto soldi, che avrebbero sostituito i quotidiani – e devo ammettere che qualcuno è riuscito ad avere successo. Parlo ad esempio di Mike Harrington, un avvocato della Silicon Valley che ha dato vita a TechCrunch, per cui gestisco una rubrica. Ma sono stati pochi, rispetto alla enorme moltitudine di fallimenti che abbiamo visto. In realtà, anche la distinzione fra “vecchi media” e “nuovi media” non ha più alcun senso: i “vecchi media” si sono aperti ai blog e i “nuovi arrivati”, quelli di valore, sono tutti stati messi sotto contratto dalle grandi firme. Perfino la locuzione di “Web 2.0” è vecchia, ormai si parla di “Web 3.0”, che poi è quello di cui scrivo nel mio ultimo libro, Vertigine digitale, dove affronto il problema dell’ubiquità dei dati personali. In conclusione, nello scontro fra contenuti “professionali” e contenuti generati dagli utenti, penso proprio che abbia vinto il “mio” schieramento, quello dei contenuti professionali.

Quindi, dov’è che si guadagna con Internet?
La cosa più paradossale di Internet è che ha reso le piattaforme digitali una sorta di cartelloni pubblicitari virtuali. Gli eventi fisici sono invece quello per cui la gente spende volentieri migliaia di dollari, è lì che si genera il vero valore. Abbiamo una abbondanza di “digitale” senza alcun valore, mentre la vera scarsità si ha nel “fisico”, e tutti quelli che hanno studiato economia sanno che è la scarsità a determinare il valore. Questo spiega, ad esempio, il successo di manifestazioni come il TED. Io stesso guadagno molto di più facendo il conferenziere che vendendo libri. Nonostante la si chiami “economia digitale”, la dimensione fisica è ancora fortemente dominante.”

Qual è la sua opinione sui social media?
Si tratta di un mercato in cui le aziende hanno cicli molto veloci e in fase di accelerazione. Oggi una compagnia vale miliardi di dollari, domani non varrà più nulla e sarà espulsa dal mercato. E poi, anche qui, la cosa paradossale dei social media è che le persone che controllano gli aggiornamenti di Facebook o Twitter in realtà si stanno comportando nella maniera più antisociale possibile. In un certo senso, usiamo i social media per “verificarci”. I gruppi che formiamo sono riflessi di noi stessi, quello che io chiamo “narcisismo digitale”. Ci stiamo sempre più innamorando di noi stessi, ma abbiamo sempre meno ragione di farlo, perché siamo sempre più sciocchi. Dobbiamo accettare il fatto che una comunità è composta di persone che non condividono le nostre idee. Essere in contatto con gente che la pensa come noi a Pechino, Berlino o Bologna significa creare una finta comunità, un riflesso di noi stessi.


Autore: Luca Martinelli

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è anche utente di Wikipedia in italiano da più di sette anni.

Comments are closed.