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La clessidra di Karlsruhe e le tante Germanie. La locomotiva d’Europa è più complessa di come appare

La battaglia di Karlsruhe non ha, come pure qualcuno si è spinto a scrivere, un valore puramente simbolico, di mera rappresentazione teatrale dello scontro in atto tra banche centrali, la BCE da una parte e la Bundesbank dall’altra. Al di là del fatto che anche le rappresentazioni teatrali hanno spesso un significato nascosto che va oltre la semplice baruffa, la controversia in atto ci dice qualcosa sulle caratteristiche del rapporto tra la Germania e la crisi dell’Eurozona. Caratteristiche spesso sottaciute o banalizzate. Ne citerei almeno due, riassumibili più o meno così.

Karlsruhe come clessidra ordinatrice. Innanzitutto, la controversia è l’ennesima, forse la palmare dimostrazione che in Germania ogni questione avente rilevanza ad un tempo costituzionale ed europea è meditata e discussa nello spazio pubblico e mai liquidata con un semplice sì o no di un esecutivo o, peggio ancora, di un singolo ministro in sede di Consiglio UE. Non c’è insomma una persona sola al comando che decide e un Parlamento che ratifica, una Merkel che impartisce direttive, come spesso capita di leggere nelle cronache di stampa di casa nostra. Laddove, anzi, una qualche istituzione – spesso il governo – prema troppo sull’acceleratore, nel tentativo di accorciare i tempi della discussione democratica, interviene il Tribunale Costituzionale (a volte il presidente del Bundestag…) ad allungarli o a riaprire questioni sulle quali, in ultima istanza, la politica mantiene comunque sempre l’ultima parola.

Al tempo stesso, tuttavia, nulla può essere dato per scontato, ricorda Karlsruhe, nemmeno se i crismi procedurali della democrazia sono stati rispettati alla perfezione. La flemma di Karlsruhe può senz’altro irritare. Il Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, ad esempio, è apparso ieri molto nervoso, atteso che, a suo dire, la materia del contendere non rientrerebbe nella giurisdizione di Karlsruhe. “Calma!” sembrano dire i giudici, si tratta soltanto di un ricorso di qualche tedesco un po’ confuso o ci sono ragioni più serie, magari poco visibili a prima vista, che possono giustificare una riflessione più ponderata e, alla fine, l’individuazione di meccanismi che soddisfino con maggiore precisione le esigenze dello Stato costituzionale? I giudici vogliono vederci chiaro e prendono tempo, incuranti sia dinanzi ai tempi dei “mercati” sia dinanzi ai tempi della “politica”. Così il Tribunale si è comportato in passato (si vedano le sentenze sul Trattato di Lisbona, su EFSF ed aiuti alla Grecia e l’ordinanza su ESM e Fiscal Compact), così continuerà a comportarsi in futuro. La Germania non è una monade.

In seconda battuta, l’audizione svoltasi ieri e l’altro ieri a Karlsruhe è la cartina di tornasole di quanto l’establishment politico ed economico tedesco sia diviso al suo interno, non solo in materia di politica monetaria. In Europa non esiste quindi la “Germania”, come si usa dire, ma esiste il Governo tedesco, la maggioranza giallo-nera che lo sostiene, l’opposizione che ne approva spesso e volentieri i pacchetti di salvataggio, ma esistono anche le istituzioni finanziarie, imprenditoriali e sindacali. Non esiste istituzione o organo che la pensi allo stesso modo sulla direzione da prendere. Il caso dell’OMT è un ottimo esempio al riguardo. Apparentemente i blocchi contrapposti sembrano due. Da un lato i favorevoli, dall’altro i contrari. Così non è. La Cancelliera e il suo Ministro delle Finanze difendono il programma perché lo considerano uno strumento importante in vista di una sempre maggiore integrazione economica e finanziaria. Merkel e Schäuble pensano ad un’Europa federale, fatta di controlli più incisivi, di politiche economiche e sociali decise a Bruxelles e di potenti strumenti di redistribuzione, in ultima istanza anche agli Eurobond. La via, seppur sia da percorrere con gradualità, è quella ed è ormai segnata. Dal canto suo, Jörg Asmussen, invece, difende il programma perché ha in mente, così come il capo della BCE, Mario Draghi, una banca centrale europea emancipata dalle zavorre di inizio anni Novanta (si veda l’intervista del 10 giugno scorso della Bild Zeitung ad Asmussen). La BCE non è, né sarà più impegnata a difendere soltanto la stabilità dei prezzi, neanche quando l’ultimo tassello della nuova Europa federale sarà stato posato. Con Asmussen sono schierati diversi economisti tedeschi e, più in generale, una buona parte della classe politica.

Poi c’è un’altra Germania, quella di Jens Weidmann e quella di chi vuole l’uscita dall’euro. Queste due Germanie non sono sovrapponibili, come spesso capita di sentire. Weidmann rappresenta l’ortodossia monetaria, che si ostina a credere che l’architettura dell’UEM di primi anni Novanta fosse perfetta e sia quindi sufficiente tornare nel passato senza commettere gli errori fatti sin qui per risolvere i problemi attuale. È una visione ad un tempo passatista ed ingenua, forse, ma certamente non antieuropea. Poi c’è, invece, chi vuole il break up. Chi individua nell’euro un regalo fatto ad una parte del ceto produttivo tedesco a svantaggio di un altro. Chi non crede nei simulacri dell’Europa federale ed oscilla tra rigurgiti nazionalisti (si pensi all’amore quasi religioso per il marco) e spirito di disintegrazione o cupio dissolvi.

Tutto ciò per dire che le cose sono maledettamente più complicate di quanto appaiano. Prima di accusare Karlsruhe di essere un attore della partita, di voler affossare l’euro, di non capire i tempi della politica o dei mercati, occorre capirne il ruolo nel quadro complicato della politica tedesca. Allo stesso modo, prima di accusare la signora Merkel di volere la fine dell’euro, di fare lo sgambetto a Mario Draghi e di aver in mente solo il marco, occorre guardarsi intorno e indagare quali siano gli equilibri su cui si regge attualmente la politica tedesca.


Autore: Giovanni Boggero

Nato nel 1987, si è laureato in giurisprudenza a Torino con una tesi in diritto internazionale. Ha studiato anche a Gottinga e Amburgo. Svolge un dottorato in diritto pubblico presso l'Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" e si occupa di Germania per il quotidiano Il Foglio, la rivista Aspenia e per FIRSTonline.

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