Dopo le amministrative, il “bruco” PDL vuole diventare una farfalla. Senza però fare i conti con Silvio

di DANIELE VENANZI – Dopo la disfatta annunciata delle amministrative, nel PdL sembrano aprirsi spiragli di riflessione sul futuro e sulla struttura del partito, anzitutto a partire dal dibattito sui modi in cui ricucire un rapporto elettorale con gli italiani che – a livello locale – sembra essersi logorato.

La proposta che, al momento, sembra andare per la maggiore è quella ideata da Denis Verdini, Daniela Santanché e Daniele Capezzone. La trovata consisterebbe nello strutturare il PdL come un “partito farfalla”, leggero, movimentista, che dispieghi le ali soltanto alla vigilia del voto e che – dal punto di vista comunicativo – importi il format americano, con dirigenti locali preposti alla raccolta di fondi privati e al conseguente raggiungimento di un budget annuo che ne attesti capacità politiche e dirigenziali.

Fin qui, il piano sembrerebbe quanto di più auspicabile per ristrutturare un partito nato con lo sguardo rivolto ad un centrodestra pluralista e allo stesso tempo compatto, ma finito – come ampiamente previsto, data la natura del suo leader – per rappresentare l’emblema della supremazia e del monopolio berlusconiani sull’intera area politica moderata e popolare.

È proprio in questo, sostanzialmente, che una ristrutturazione che badi a ridipingere i muri, mentre le termiti logorano le fondamenta incontra il suo vero, unico limite. Senza mettere in discussione – se non in modo apparente – l’unità di comando di Silvio Berlusconi, ma anzi riaffermandone la leadership indiscussa, si possono certamente contenere i danni elettorali nel breve periodo, ma pensare di organizzare le campagne elettorali di oggi facendo appello alla mobilitazione in sostegno dei processi del Cav – come vorrebbe Daniela Santanché – vuol dire aver già rinunciato a pensare ad un centrodestra che cammini con le proprie gambe, quando giungerà il momento di dire addio a Silvio Berlusconi.

La novità propinata, in fin dei conti, è tutta nel trasformare il PdL da partito tradizionale berlusconiano a partito berlusconiano tradizionale. È il trionfo dell’autoreferenzialità e del nichilismo, il fallimento di una classe dirigente che è così accondiscendente e sdraiata sulle volontà del proprio leader, da non osare nemmeno immaginare un futuro in cui possa – come naturale – avere luogo una successione al trono.

La proposta del “partito farfalla”, funzionale al proprio leader e non a determinate istanze che identifichino politicamente e ideologicamente un centrodestra italiano, dà la misura della brama – tutta italiana – di militarizzazione del proprio consenso come unica organizzazione possibile per compattare e motivare il proprio elettorato, in uno scenario in cui il tentativo di allargare la base elettorale – a destra come a sinistra – è stato già ampiamente cassato dalla risposta dei cittadini a tale modello con tassi di astensione clamorosi.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

One Response to “Dopo le amministrative, il “bruco” PDL vuole diventare una farfalla. Senza però fare i conti con Silvio”

  1. creonte scrive:

    persino nel M5S c’è chi critica Grillo… il pdl andrebbe sotterrato

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