Come migliorare l’equità del sistema previdenziale tenendo conto degli indirizzi della Consulta

– Nelle ultime settimane si è ravvivato il dibattito sulla previdenza finalizzato a delineare un superamento della Riforma Fornero. Grande attenzione è stata dedicata alle modalità per rendere più flessibili i termini del pensionamento, anche sulla scorta delle suggestioni secondo cui il pensionamento dei lavoratori con una maggiore anzianità di servizio crei lavoro per i più giovani.

Se da un lato è ragionevole adoperarsi per fornire ai lavoratori la possibilità di scegliere il momento più opportuno per abbandonare il mercato del lavoro, dall’altro è molto importante inquadrare questa maggiore flessibilità in un quadro, irrinunciabile, di sostenibilità finanziaria. In un recente lavoro, Nicola Salerno sottolinea come la flessibilità del pensionamento era prevista dalla Riforma Dini del 1995 ed è stata successivamente sacrificata sull’altare del contenimento della spesa per pensioni. Nel lavoro citato è presentato un metodo di correzione degli importi delle pensioni, a seconda dell’età di pensionamento, che consente di implementare in maniera abbastanza agevole la flessibilità del momento di pensionamento. Lasciando inalterata la ricchezza pensionistica dell’individuo si mette in relazione l’importo della pensione con la storia contributiva del lavoratore e con le aspettative di vita. Affinché sia garantita la sostenibilità del sistema previdenziale pubblico è infatti necessario versare pensioni di importo più basso se le si eroga per periodi di tempo più lunghi.

Si tratta di un meccanismo analogo a quello che regola le pensioni dei lavoratori entrati sul mercato del lavoro a partire dal 1996. Come rilevato dall’autore, lo stesso meccanismo può essere applicato anche per valutare il grado di generosità, rispetto ai contributi versati, delle pensioni già in decorrenza. Si stima che per un lavoratore andato in pensione nel 1990 all’età di 55 anni, con 30 anni di contribuzione alle spalle, il premio assegnato da un sistema previdenziale più generoso di quello attuale è pari a circa il 24 per cento. Percentuale che aiuta a farsi un’idea degli squilibri intergenerazionali tuttora impliciti nel sistema previdenziale.

Pochi giorni fa, inoltre, Tito Boeri e Tommaso Nannicini sono intervenuti nel dibattito sostenendo che un prelievo sulle pensioni “più generose” potrebbe essere giustificato non tanto per ragioni di contenimento della spesa, quanto piuttosto in termini di equità. I contribuenti da assoggettare al contributo di equità sarebbero individuati facendo riferimento ai percettori di redditi da pensioni superiori a una certa soglia, che hanno beneficiato di rendimenti impliciti sui propri contributi previdenziali particolarmente elevati. In tal modo si garantirebbe il rispetto sia del principio di equità redistributiva, sia di quello collegato all’equità in termini attuariali. Per sottolineare l’intento equitativo del prelievo, gli autori propongono di destinarne contestualmente i proventi a un potenziamento e a un ammodernamento degli ammortizzatori sociali.

Elementi utili a valutare la praticabilità di qualche forma di contributo di equità li offre la recente sentenza n. 116 della Corte Costituzionale. Tale sentenza dichiara illegittimo il contributo di perequazione introdotto nel 2011 per le pensioni di importo lordo superiore ai 90 mila euro. Le argomentazioni richiamano molto da vicino quelle fornite lo scorso ottobre per motivare una decisione di analogo tenore relativa agli “stipendi d’oro” del pubblico impiego. Il contributo di perequazione, infatti, ha natura tributaria e quindi deve risultare coerente con il principio di uguaglianza e correlato con indicatori di capacità contributiva. Un prelievo che grava solo sui redditi da pensione non è pertanto coerente con i principi del nostro ordinamento.

La Corte, peraltro, richiama anche un principio, già definito in precedenti pronunce, specifico dei trattamenti pensionistici. Questi ultimi, infatti, vanno considerati come retribuzioni delle attività lavorative prestate, differite nel tempo. Interventi che incidono sull’importo erogato sono dunque per la Corte caratterizzati da una irragionevolezza “ancor più palese” in quanto fanno riferimento a “prestazioni lavorative già rese da cittadini che hanno esaurito la loro vita lavorativa, rispetto ai quali non risulta più possibile neppure ridisegnare sul piano sinallagmatico il rapporto di lavoro”.
Ci si trova quindi di fronte ad una circostanza in cui la politica dovrebbe svolgere, con lungimiranza, un ruolo di saggia mediazione.

La crisi economica e finanziaria in cui il Paese da anni oramai si dibatte ha evidenziato come siano necessarie riforme di carattere strutturale. L’ammodernamento del sistema di welfare rappresenta non solo un modo per contribuire al rilancio delle prospettive occupazionali, ma anche il banco di prova per un nuovo patto tra generazioni. È necessario interrogarsi sulle caratteristiche di un sistema previdenziale congegnato quando l’economia italiana cresceva a tassi che oggi si definirebbero cinesi, quando il numero di lavoratori attivi rispetto ai pensionati era molto più elevato di quanto sia oggi. Sulla base di valutazioni di equità non è possibile legittimare solo sulla base dei diritti acquisiti trasferimenti di ricchezza dalle generazioni meno favorite a quelle maggiormente tutelate. Nel cuore di una crisi caratterizzata per tassi di disoccupazione giovanile preoccupanti, con una porzione ampia di giovani lavoratori con alle spalle una carriera discontinua e caratterizzata da salari relativamente bassi, sarebbe opportuno sottolineare la eccessiva onerosità sopravvenuta del sistema previdenziale ereditato e invocare la riconduzione ad equità del rapporto sottostante. La politica dovrebbe saper individuare una via per rendere possibile a livello aggregato quello che il nostro ordinamento rende possibile nell’ambito dei contratti tra privati.

Per intanto sarebbe quanto mai opportuno varare un’operazione trasparenza che renda evidente quanta parte delle posizioni previdenziali individuali sia attribuibile all’equa ponderazione dei contributi effettivamente versati e quanta sia invece attribuibile alla generosità del sistema. E negli angusti spazi lasciati liberi dalle pronunce della Corte, in attesa che la buona politica proponga una via per dipanare la matassa, bisognerebbe valutare la possibilità che la convergenza dei trattamenti verso valori equi, dal punto di vista attuariale e generazionale, avvenga attraverso i meccanismi di adeguamento degli importi nominali. Si potrebbe infatti garantire un adeguamento più blando degli assegni nominali per diluire nel tempo l’avvicinamento a valori equi in termini reali.


Autore: Alfredo Bardozzetti

Nato a Termoli nel 1976, laureato in Economia Politica ad Ancona con un successivo periodo di perfezionamento in ambito economico-finanziario a York. Economista, si occupa di finanza pubblica.

One Response to “Come migliorare l’equità del sistema previdenziale tenendo conto degli indirizzi della Consulta”

  1. nicole scrive:

    La qualita’ delle informazioni su questo sito è davvero alta. Ci sono un sacco di buone risorse qui. Di sicuro visitero’ il vostro blog di nuovo molto presto.

Trackbacks/Pingbacks