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Lo scandalo delle intercettazioni “a strascico” negli USA e l’incubo orwelliano che non ti aspetti

– Una trappola per la privacy. Internet, si sa, non ha mai garantito il massimo della riservatezza. Ma che un orecchio di Stato possa ascoltare cosa dici, a chi lo dici, quando e dove, è un incubo orwelliano. Che lo Stato in questione sia il governo federale degli Stati Uniti (“the Land of Free”) guidato da Barack Obama è uno shock per molti.

A dire il vero c’è poco di che essere sorpresi. La stessa amministrazione, in questi due mesi, è diventata celebre per altri casi di spionaggio e abuso di potere ai danni dei suoi cittadini. L’Irs (Internal Revenue Service, l’equivalente dell’Agenzia delle Entrate) che ficca il naso nella vita dei membri dei Tea Party e li discrimina è un sintomo. Il monitoraggio telefonico di giornalisti dell’Associated Press e di Fox News è un altro grave sintomo. Questi erano solo dettagli di un quadro molto più vasto e inquietante. Una politica in cui tutti, potenzialmente, sono sotto controllo elettronico. E nessuno lo sapeva.

Il quotidiano britannico The Guardian aveva rivelato, la settimana scorsa, che l’Agenzia della Sicurezza Nazionale americana (Nsa) fosse in combutta con la compagnia telefonica Verizon per ottenere tutti i tabulati delle chiamate da e negli Stati Uniti dei suoi abbonati. Una massa immensa di dati, una vera e propria pesca a strascico fra le telefonate, che ha allarmato anche il nostro garante della privacy Antonello Soro: “Preoccupa l’azione della National Security Agency statunitense – dichiarava alla stampa il 6 giugno scorso – che a quanto si apprende avrebbe raccolto tabulati telefonici di milioni di cittadini, probabilmente non solo statunitensi. Desta perplessità soprattutto il carattere indiscriminato della captazione, che sembrerebbe prescindere da indizi di reato in quanto coinvolge i cittadini solo perché abbonati alla compagnia Verizon. Né il fatto che riguardi solo i dati ‘esterni’ delle comunicazioni rende questa attività meno lesiva della privacy, in quanto dai dati di traffico possono ricostruirsi aspetti rilevantissimi della vita privata”.

Ma non è finita qui, perché la Nsa intercettava (e intercetta tuttora) anche tutte le comunicazioni via Internet. Il sistema messo a punto per la pesca a strascico dei dati Internet si chiama “Prism” e colleziona, potenzialmente, ogni informazione. Edward Snowden, un ex assistente tecnico della Cia, impiegato della compagnia appaltatrice dei servizi di intelligence Booz Allen Hamilton, non ce l’ha più fatta a tenersi il segreto per sé. Convinto di fare la cosa sbagliata, si è rifugiato a Hong Kong (faro di libertà d’espressione, benché faccia ufficialmente parte della Cina totalitaria) e ha deciso di rivelare il tutto al The Guardian e al Washington Post. Ha rivelato roba da far impallidire ogni utente di Internet. E da far sembrare i precedenti casi di spionaggio collettivo, come Echelon, dei piccoli escamotage da guardoni.

Secondo le slide della Nsa, fornite al The Guardian, apprendiamo che gli agenti possono collezionare dati sia “upstream”, intercettandoli nel loro flusso (quando passano nei cavi in fibra ottica e qualsiasi altro canale), sia andandoli a pescare nei server dei provider statunitensi Microsoft, Yahoo, Google, su Facebook, PalTalk, Aol, Skype, YouTube, Apple. Per analizzare l’immensa quantità di informazioni raccolte, la Nsa usa un altro programma, il “Boundless Informant”, che permette di comprendere il senso dei metadati raccolti (100 miliardi in un solo mese). Questi provengono soprattutto dai computer di Iran e Pakistan. Secondi in classifica, a pari merito, sono India, Egitto e Giordania. Al terzo posto, nella classifica degli spiati, troviamo, a pari merito, Cina, Afghanistan, Iraq, Arabia Saudita, Kenya, Germania e gli stessi Stati Uniti. L’Italia, a quanto risulta, è fra le nazioni che interessano meno: su questo possiamo stare più sereni.

La Nsa si difende affermando che, con questa collezione di metadati, non si mette il naso nei contenuti delle comunicazioni. Ma di fronte alle rivelazioni su Boundless Informant (con tanto di slide originali spiattellate al grande pubblico dal The Guardian) qualche dubbio viene. Se non si conosce il contenuto delle informazioni, a che serve? Boundless Informant permette di capire il trend calante o crescente di un certo tipo di informazione. Dunque: il contenuto, almeno in termini generici, deve essere conosciuto. Permette di tenere traccia dei singoli indirizzi IP, quanto più vicino vi sia dall’individuare l’utente e la sua posizione. Quindi: si sa anche (potenzialmente) chi dice cosa.

L’agenzia statunitense afferma che l’operazione sia stata votata dal Congresso. Non c’è dubbio. Che serva solo a scopi anti-terrorismo. Accettiamolo in buona fede. Che riguardi esclusivamente cittadini non americani che mettono a rischio la sicurezza nazionale. Difficilmente ciò è vero: un’operazione simile riguarda tutti, americani e non, indipendentemente dalle loro intenzioni più o meno terroristiche. Quel che è emerso nell’ultima settimana potrebbe essere ancora solo un antipasto. Secondo Edward Snowden, la Nsa “mente sistematicamente, quando risponde alle inchieste congressuali sullo scopo della sorveglianza in America”. Riportando ciò che si diceva nelle riunioni organizzative della Nsa: “Tutte le volte che discutevamo, in ufficio, su come affrontare il crimine, loro non difendevano il principio del giusto processo, ma quello dell’azione decisiva”.

Ecco ribaltato il principio dello Stato di diritto. L’azione decisiva è il principio che regge le dittature, dove è l’autorità che dispone dei cittadini e non viceversa. Se Snowden è sincero, la libertà negli Usa è molto più a rischio di quanto si pensi: per i principi in base ai quali agisce il governo e le sue agenzie, più ancora che per i metodi che impiega. Sarebbe persino riduttivo (anche se giusto) prendersela con Obama e l’ipocrisia della sua retorica della “amministrazione trasparente” (che di trasparente ha solo lo spioncino con cui osserva i suoi cittadini), per un’operazione di raccolta dati che è stata avviata da George W. Bush, prima di lui. Sarebbe ancor più riduttivo puntare il dito contro la Nsa e i suoi metodi. Qui sono in gioco domande sull’origine e la natura dello Stato di diritto. Se io scrivo e mando qualcosa via Internet, o parlo al telefono, chi è il legittimo proprietario delle mie parole? Chi ha la possibilità e la legittimità di usarle?

Il primo confine della nostra libertà è fissato, dai liberali classici, nella proprietà sul nostro corpo. Seconda a questa c’è solo la proprietà sulla nostra espressione: io sono proprietario di me stesso e di quello che penso se posso liberamente esprimerlo, per iscritto, o a voce. Se tutto ciò che esprimo finisce per essere proprietà di una compagnia privata di comunicazione (Internet o telefono), conservo comunque la libertà di scegliere a quale compagnia cedere i miei pensieri, una volta che li ho espressi. E di cambiare compagnia, se sento che i miei diritti sono violati. Ma se, a mia insaputa, questa compagnia privata lascia che i miei pensieri, una volta espressi, siano messi a disposizione di un governo, io perdo la mia libertà di godere e disporre di quanto ho di più intimo. Da un punto di vista liberale, qualunque argomento che giustifichi questa violazione (sicurezza, difesa, eguaglianza…) cade di fronte alla violazione di uno dei più fondamentali fra i diritti individuali, secondo solo alla vita.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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