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L’illusione ottica della politica italiana, dove i partiti sembrano diversi da quel che sono

Come l’uovo nel polpettone. Così Silvio Berlusconi funziona per il Pdl: tiene insieme i rimasugli e li amalgama, dando agli avanzi una unica forma e un solo sapore. Ma quando manca l’uovo il polpettone non si addensa, viene giù. Ecco cosa è accaduto al Pdl alle recenti elezioni comunali: è crollato.

Il centrodestra, infatti, ha perso ovunque, realizzando un guinness dei primati degno di una trasmissione di Barbara D’Urso, e lo ha fatto semplicemente perché senza Silvio non esiste. E a poco sarebbe servita una comparsata in più di Berlusconi: nemmeno a Brescia, città simbolo dove il Cavaliere ha animato la manifestazione contro “la magistratura politicizzata”, il Pdl ha vinto. Anzi: Adriano Paroli, sindaco uscente, nella Loggia ci rientrerà solo per sedersi sui banchi dell’opposizione. Perché non basta il tocco magico del leader, non è sufficiente il potere taumaturgico del capo. Per vincere, serve Silvio tutto intero: è lui l’ingrediente chiave, l’uovo della ricetta, e si comporta secondo le leggi fisiche proprie dei liquidi. Occupa ogni spazio possibile, riempie il vuoto di un centrodestra altrimenti impalpabile, che vale e pesa molto meno di quel che potrebbe sembrare.

La stessa illusione visiva, per la quale si vede ciò che non è, vale per il PD. Ma al contrario. Vince, stravince, si riprende Roma e governa tutti i municipi della capitale, anche quelli in cui ci sono più tifosi della Lazio che sampietrini. Lo storico successo, oltre a stimolare la fantasia della Sora Cesira che dedica ad Alemanno “Don’t cry for me Ardeatina”, lascia i commentatori appesi a stentati “daje” – lo slogan finale di Ignazio Marino – pronunciati in un italiano troppo corretto. La lingua che, invece, proprio il PD non parla, incapace come è di dominare a livello nazionale. Perché, a differenza di quello che accade nei luoghi, nessuno dei segretari che il partito si sceglie è stato all’altezza del compito di tenere insieme nomenclature, correnti, spifferi di partito – anzi, ciascuno è stato espressione proprio del gruppo di volta in volta dominante.

Tutte dinamiche che reggono, invece, nelle città, dove “il Pdscrive il Financial Timesha ancora una macchina di partito per mobilitare supporto a livello locale“, e dove ancora c’è qualcuno che comprende umori e moti d’animo. Goffredo Bettini docet: è lui il vero vincitore capitolino, artefice della candidatura di Marino. Un uomo, il chirurgo genovese, capace di essere tutto, fuorché romano: pacato, serioso, nordico di spirito in una città che sprofonda sempre più nel sud degli stereotipi.

Ecco, allora, l’immagine che ci consegnano i ballottaggi appena trascorsi: la politica ha un profilo stile Picasso, come se tutto fosse guardato con un occhiale strabico in grado di produrre una grande illusione ottica. Fa sembrare il Pd più grande di quel che è, e il Pdl ancor meno di ciò che, grazie a Silvio, ancora a tratti riesce ad essere. Il resto è pura disillusione. E, come spiega Massimo Franco sulle colonne del Corriere della Sera, “la tesi di un’Italia più americana perché si va meno alle urne, come negli Usa, è autoconsolatoria“. Anzi, si può aggiungere, si tratta di un fenomeno che rende l’Italia ancor più italiana: afflitta da un cinismo ormai profondo, incattivito. Un sentimento che nemmeno la puerile animosità grillina, nelle città, riesce a domare.


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

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