La nuova Europa, di cui l’Italia non fa parte

di LUCIO SCUDIERO  – Il Movimento 5 Stelle arriva, con buon anticipo sulla sua tabella di marcia, al suo redde rationem interno. Ma non è una notizia, per l’Italia, 

La probabile scissione interna ai grillini è parte di un dibattito politico lezioso, inconcludente e cinico, un pezzo di quell’esperimento dilatorio rappresentato, per intero, dalla politica italiana, mentre tutt’intorno le cose che contano accadono per davvero.

E per tutt’intorno mi limito a considerare la sola Europa, a cui siamo legati da una inscindibile comunità di destino.

Domani, per esempio, la Corte Costituzionale tedesca decide la legittimità costituzionale dell’acquisto di bond sovrani da parte della Banca Centrale Europea. Qualche mese fa, in uno degli ormai rituali momenti eccezionali europei, i giudici di Karlshrue si erano intrattenuti sulla compatibilità del meccanismo europeo di stabilità, il cosiddetto scudo antispread, con le prerogative del parlamento tedesco nel procedimento di bilancio della Bundesrepublik, tenendo l’intero continente col fiato sospeso.

La crisi ha definitivamente riscritto la geografia politica ed economica dell’Europa, ma noi Italiani non ce ne siamo quasi accorti.

Se Londra continua ad essere, seppure in calo, un centro di attrazione di talenti e ricchezza, Roma e Parigi sembrano irrimediabilmente consegnate alla storia. Un passato bello e affascinante, le cui vestigia sono ovunque, le accomuna, ma del futuro sembrano essere la tomba.

Le prospettive sono altrove. E se la vitalità e attrattività di Berlino si iscrivono nell’ordine delle cose scontate perchè fanno il paio con l’egemonia economica tedesca, è a Varsavia, Praga e perfino alla piccola Tallinn che bisogna guardare per capire le linee del possibile sviluppo prossimo venturo europeo.

Per stare al più grande e importante dei tre paesi citati, la Polonia, non è un caso che ancora quest’anno cresca dell’1,1 per cento, più dei tedeschi, e che abbia iniziato a diventare meta di giovani professionisti italiani. Non solo la Fiat a Tichy, ma architetti, ingegneri, e professionisti dell’high tech a Wroclaw, come riportato da la Repubblica un mese fa.

La Polonia è guidata da un manipolo di liberali. Liberale il presidente della Repubblica, Komorowski, liberale il primo ministro, Tusk, entrambi esponenti di Piattaforma Civica (ricorda qualcosa?), il partito fondato nel 2001 e divenuto maggioritario nel Paese nel 2007, quando alle elezioni parlamentari è riuscito a scalzare i conservatori euroscettici di Diritto e Giustizia, partito dei gemelli Kaczynski.

Da quella classe dirigente vengono le visioni più nitide e coraggiose di sviluppo e di Europa oggi in circolazione.

Nel 2011 a Berlino Radosław Sikorski, liberale anch’egli, attuale ministro degli Esteri, disse ai tedeschi di “temere la loro inazione più dei loro carri armati”, e si fece eco l’anno successivo a Oxford, dove aveva studiato da esule politico, ammonendo gli Inglesi a non crogiolarsi troppo nell’idea di poter fare opt out da tutto continuando a tenere l’accesso al mercato europeo,  perchè se è vero che Londra è importante per il mercato unico europeo col suo 11%, il mercato europeo è ancora più importante per Londra, che lì commercia per il 50% del suo totale. In caso di  disintegrazione dell’unione, in primis monetaria, del continente, il liberale Sikorski, figlio adottivo della migliore tradizione conservatrice britannica, quasi minacciava gli Inglesi che la loro permanenza nel mercato non sarebbe stata affatto scontata.

Mi fermo qui.

Questo breve focus su quello che secondo me è il nuovo baricentro politico economico del continente voleva servire due scopi.

A mettere in luce la crescente marginalizzazione dell’Italia dai processi economici, civili e politici che contano, frutto della sua irresolutezza a discutere ciò che sarebbe opportuno discutere anzichè di quante auto blu, della sospensione dell’IMU e delle farneticazioni “benicomuniste” della sinistra italiana.

E in secondo luogo ad aprire una prospettiva di discussione liberale sull’Europa che sia alternativa a quella classica, euroscettica, di matrice anglosassone.

Il destino italiano ma, più in piccolo, le linee di possibile rifondazione di un centro destra decente, utile a sè stesso, ai suoi avversari e in definitiva al Paese, passano da questi nodi e non altrove.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

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