Ieri sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia ha spiegato i limiti del carisma dei più formidabili guru della rivolta antipolitica, Beppe Grillo e Umberto Bossi. Si tratta – questa è la tesi – di due fenomeni diversi, di cui a ben guardare rilevano più le somiglianze (la  prorompente fisicità, l’utopismo ideologico, l’estraneità alle logiche e ai linguaggi della politica tradizionale) delle differenze (il territorialismo leghista contrapposto alla democrazia internettara del M5S).

Il loro carisma, dice Galli Della Loggia, non è mai diventato una vera leadership – a mancare, in entrambi i casi, è stata la forza e l’intelligenza politica construens – malgrado le élites socio-culturali del Paese abbiano lasciato all’antipolitica il vessillo del cambiamento, preferendo (“ostriche attaccate al passato”) conservare i vantaggi di una posizione (e vocazione) più allineata e meno alternativa. “Le élites italiane … preferiscono l’immobilità. Hanno ereditato una sorta di timore atavico a schierarsi davvero all’opposizione del «sistema» nel suo complesso, a diventare fautrici di un vero rinnovamento.”

Le élites italiane – bisognerebbe aggiungere – non hanno però solo il timore di stare all’opposizione del sistema, ma anche dell’antisistema. Hanno l’inclinazione a non opporsi al movimento “naturale” delle cose e l’abitudine ad essere contigui a qualunque potere, e dunque a tutti, senza distinzioni di sorta. Per questo, non hanno solo lasciato ai “barbari” la bandiera del cambiamento, ma li hanno riconosciuti come nuovi e legittimi padroni. Si sono accucciate ai piedi dell’antipolitico vincente, prima con Bossi, poi con Grillo. Li hanno nobilitati, per conferire dignità alla propria resa – qualunque potente in Italia “in fondo non ha torto”, sia per il popolo che per le élites. Ne hanno giustificato il successo e perdonato l’eccesso, ex malo bonum. Per anni in quello specchio delle élites che è il sistema dell’informazione italiana qualunque prurito nordista ha meritato una rispettosissima grattatina. Ora, con Grillo, il moralismo antipolitico è diventato il paravento di un antiparlamentarismo fascio-qualunquista che detta letteralmente legge anche nei giornali perbene (Corriere compreso).

Per quanti difetti abbiano, le classi dirigenti italiane non hanno tare mentali, semmai complessi psicologici (se d’inferiorità o di superiorità, sarebbe interessante capire) e dunque non possono semplicemente essersi innamorate, ogni volta, del capopopolo sbagliato. Si sono invece “realisticamente” adeguate, ogni volta, alla mutata geografia del potere e dei rapporti di forza politici. Perché non è vero che le élites italiane siano “governative”. Sono gregarie e mimetiche, indifferenti e servili, italiane nel senso più deteriore e purtroppo più comune. Le élites italiane, insomma, non vogliono né conservare, né riformare, ma sopravvivere e galleggiare, nella tempesta come nella bonaccia.