Marino vince, Alemanno perde. L’alternanza fra destra e sinistra è solo nella sconfitta, mai nel governo

di DANIELE VENANZI – Non c’è dato migliore di quello registrato a Roma per raccontare su scala nazionale il quadro dipinto dalle elezioni amministrative. Il centrosinistra, sfibrato e alla deriva, vince – in controtendenza al dato delle politiche – con percentuali bulgare in ogni comune al voto e il centrodestra – nettamente avanti in ogni sondaggio su base nazionale – si dimostra incapace di mantenere il controllo sui territori amministrati, collezionando figure barbine perfino nelle sue roccaforti settentrionali.

Tuttavia, quel che più rende il risultato capitolino adatto a fare da campione per un’analisi che accomuni tutte le amministrazioni al voto è il fatto che il neoeletto sindaco Ignazio Marino – seppur vincitore con quasi il 64% delle preferenze – abbia in realtà raccolto in termini assoluti il più basso numero di voti (664.490) con cui sia stato eletto il Primo Cittadino della capitale negli ultimi vent’anni. A Roma ha votato meno di un cittadino su due e nel resto del paese – salvo rare eccezioni – la partecipazione non è stata poi più generosa.

Alla fine dello spoglio, ne risultano un PD – figlio com’è di un’ideologia retrograde e una classe dirigente decisamente inadatta – che non riesce ad allargare, ma che anzi scalfisce, la sua base elettorale, un PdL che conferma ancora una volta di non essere nient’altro che un contenitore vuoto e alla deriva in assenza del suo padre padrone, una Lega spazzata via dalle faide interne e dagli scandali e un Movimento 5 Stelle screditato agli occhi degli elettori e ridimensionato dal sistema a doppio turno, che ha fatto rifluire nell’astensione quanti – mai veramente convinti dal grillismo propositivo – si erano semplicemente serviti di una piattaforma di protesta per sparigliare e mandare un messaggio chiaro alle forze politiche.

Con il centrosinistra che si accontenta di spartirsi il potere locale, ma che fallisce puntualmente la prova di governo come un rigore a porta vuota, e il destino del centrodestra legato alla sopravvivenza (e all’eleggibilità) del suo leader maximo, il paese – salvo clamorosi sconvolgimenti – sembra andare lentamente incontro ad un pericoloso destino d’ingovernabilità per gli anni a venire. L’esecutivo di coalizione, dal canto suo, ha ben poco da stare allegro e ad Enrico Letta – finito il tempo dei bei sermoni – converrebbe iniziare quanto prima a lavorare concretamente per le riforme istituzionali e strutturali, unica arma per consolidare il consenso popolare di cui gode il governo e garantirgli vita più lunga, rendendo fortemente impopolare l’eventuale scelta di uno dei due bracci della coalizione di staccarvi la spina.

No Berlusconi, no party? Evidentemente sì, ma la totale inconsistenza del radicamento locale del suo centrodestra è, molto probabilmente, l’eredità peggiore lasciata dal nichilismo del Cavaliere all’Italia, incline com’è a circondarsi di personaggi incapaci tanto di mettere in discussione il suo predominio quanto di dimostrare qualità politiche e dirigenziali. È, oggi come non mai, un paese la cui democrazia trova fatica a maturare, perché ancora incapace di sostituire i terremoti elettorali che si ripetono ciclicamente ogni cinque anni con una sana realizzazione dell’alternanza tra due proposte di governo alternative, ma non dedite all’annientamento barbaro l’una dell’altra e all’estrema personalizzazione del consenso, decisamente più propria delle repubbliche delle banane che delle democrazie occidentali, ove il modello è la leadership che emerge da un contesto, e non un contesto virtuale che vive in funzione del suo imperatore.

Cinque anni fa eravamo a discutere della pessima amministrazione locale del centrosinistra e del conseguente successo a man basse del centrodestra. Oggi ci troviamo a commentare lo stesso dato, a parti invertite. Sarebbe davvero una vergogna se tra cinque anni ci trovassi di fronte al solito copione.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

One Response to “Marino vince, Alemanno perde. L’alternanza fra destra e sinistra è solo nella sconfitta, mai nel governo”

  1. marcello scrive:

    Se l’ideologia dei democratici (partito che non difendo su molte decisioni di questi ultimi tempi) è retrograda, lo è ancora di più quella che imposta l’economia sulla legge del più forte, senza nessuna considerazione per chi resta indietro.

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