Categorized | Economia e mercato

Troppe le misure “micro-settoriali”. Servono interventi che puntino, finalmente, alla crescita del Paese

La sensazione che si prova a leggere i provvedimenti adottati nelle ultime settimane del Governo Monti e nel primo mese di vita del Governo Letta è la stessa che si ha quando si riprende una partita a tetris prossima al game over. Troppe urgenze di settore e scadenze a breve rischiano di mettere in secondo piano quelle riforme che, guardando al paese nella sua interezza, potrebbero davvero rilanciare l’economia. Cerchiamo di riassumerle.

Ottenuta la certezza di esser rientrati dalla procedura di infrazione europea, il Governo Monti ha impegnato, a debito, le risorse necessarie a smaltire i pagamenti delle amministrazioni alle imprese ante 31 dicembre 2012. È una misura settoriale e di emergenza volta a dare qualche garanzia a appaltatori e fornitori che, avendo maturato un credito con le amministrazioni pubbliche prima dell’entrata in vigore della direttiva europea sui pagamenti, rischiavano di non vedere un becco d’un quattrino per molto tempo.

Uno dei primi decreti del Governo Letta ha rinviato a settembre la rata dell’IMU 2013 sulla prima casa. L’abolizione dell’imposta sulla prima abitazione costa 4 miliardi di euro l’anno. Poca roba, rispetto al gettito complessivo dell’IMU (24 miliardi di euro l’anno); un’enormità, se non si adottano misure strutturali per ridurre la spesa pubblica, che nel 2012 è stata pari a 780 miliardi di euro. Lo stesso provvedimento, ha stanziato nuove risorse per la cassa integrazione in deroga. Altra misura utile a tamponare la crisi di singole realtà di impresa, ma che non basta a ridurre la disoccupazione, al 12%, e la produzione, tornata ai livelli del 1990.

L’ultimo decreto legge, infine, ha elevato e prorogato fino a dicembre 2013 le detrazioni la riqualificazioni energetiche e le ristrutturazioni degli edifici. Misura ultrasettoriale, a termine, utile a dare respiro a un comparto, quello edilizio, pesantemente colpito dalla crisi (-360 mila posti di lavoro in questi anni). Di contro, ha corretto al rialzo in via permanente le aliquote iva su prodotti erogati dai distributori automatici e allegati ai quotidiani.

I prossimi passi devono necessariamente dar fiato all’economia, alle imprese e alle famiglie. Dal primo luglio, infatti, dovrebbe scattare l’aumento dell’IVA. L’innalzamento dell’aliquota dal 21 al 22% avrebbe come effetto quello di deprimere ulteriormente i consumi. La diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie continua a trascinare giù i consumi e ciò si riflette sul gettito: -7,8% (-2,4 miliardi di euro nel primo quadrimestre). Il rialzo dell’aliquota rischia quindi di essere controproducente.

Sul tavolo, infine, la riduzione del costo del lavoro, vero nodo da sciogliere per far ripartire l’economia e l’occupazione. Letta, per altro, ha chiesto la fiducia impegnando la compagine governativa su questo fronte. In questi giorni, è allo studio del Ministero dell’economia un piano di revisione delle detrazioni e agevolazioni fiscali per recuperare le risorse da destinare a IVA, IMU e costo del lavoro. Pensare che possa bastare spalmare diversamente il carico fiscale e levando i regimi di dudicibilità e detraibilità delle spese (per altro dopo aver confermato e potenziato strumenti simili per l’edilizia) è illusorio.

L’anno scorso Giarda aveva stimato la spesa pubblica aggredibile attorno ai 300 miliardi di euro. Nel 2012 la spending review ha prodotto una riduzione di 6,5 miliardi di euro. Dato che occorre aumentare per abbassare stabilmente la pressione fiscale. Altre risorse possono derivare dai risultati del Piano Giavazzi. Se i trasferimenti alle imprese ammontano a circa 30 miliardi di euro, solo 5 possono essere classificati come veri e propri sussidi alle imprese e, come sottolineava Fabiano Schivardi all’incontro di Fare per Fermare il declino a Perugina sabato scorso, spesso si tratta di misure politicamente sensibili. Gran parte degli altri trasferimenti alle imprese sono destinati ad investimenti e al pagamento di contratti di servizio come quelli di Trenitalia e Poste Italiane.

In altri termini, dal taglio dei sussidi possono derivare, affrontando le inevitabili proteste dei settori interessati, 5 miliardi di euro da destinare nel breve temine alla riduzione del cuneo fiscale, che in Italia è più alto di 12 punti percentuali rispetto alla media OCSE. Per capire se i trasferimenti alle imprese per l’erogazione dei servizi pubblici universali sono corrispondenti alle prestazioni effettivamente erogate ai cittadini, l’unico modo è far luce su come vengono gestiti attraverso regole stringenti di contabilità separata e liberalizzare i settori coinvolti per verificare se altri operatori possono erogare i medesimi servizi meglio e a minori costi per l’erario. Far luce su queste voci di spesa e capire se si tratta di denaro pubblico utilmente impiegato o rendite di posizione a carico dei contribuenti, è un passaggio obbligato per dare concretezza ai propositi di rilancio dell’occupazione e dell’economia.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

Comments are closed.