Milano chiude a mezzanotte. La ‘crisi del gelato’ e un’idea sbagliata della città

di MASSIMILIANO MELLEY – È diventata di dominio nazionale la notizia che, dopo mezzanotte, il gelato è vietato a Milano, seconda città della Patria di questo alimento, d’estate, stagione regina del suo consumo. Non dovunque, in realtà: solo nelle zone della movida, quattro quartieri, per un totale di “una ventina di negozi”, scrive la giunta.

Si tratta di una piccola parte di un provvedimento più complessivo, volto a definire gli orari della movida estiva, frutto di un compromesso tra i commercianti ed esercenti, i residenti nei quartieri interessati, i consigli di zona e quei tavoli di confronto chiamati “duc”, distretti urbani del commercio. La delibera finale è l’esito di limature e correzioni continue, per mesi di riunioni formali e informali. Il contenuto è sostanzialmente una serie di orari entro cui si possono fare le cose: somministrazione all’interno del locale e all’esterno, diffusione di musica, vendita di beni, vendita di cibi e bevande “da asporto”. Quest’ultima regola (divieto dopo la mezzanotte nei quattro quartieri caldi) ha provocato un diluvio di contestazioni e ironie.

Se fa sorridere che il frutto di una trattativa così complessa sia (anche) il divieto di acquistare un gelato e consumarlo mentre si passeggia sull’Alzaia del Naviglio o su corso Garibaldi dopo mezzanotte (un orario vessatorio per i ritmi della movida), è preoccupante che i due assessori coinvolti (Granelli alla sicurezza e D’Alfonso al commercio), in spregio totale alla tanto sbandierata “partecipazione”, abbiano nascosto tra le righe della delibera stessa (che nessun milanese legge) la notizia che, quest’anno, anche le gelaterie sono coinvolte nel divieto.

Scoppiato il caso, è improbabile un ripensamento, stando alle risposte subito pervenute a giro di comunicati stampa. Quello vergato sabato 8 giugno e inviato ai giornalisti alle 18.51 attacca addirittura col sarcasmo, delineando una caduta di stile inaspettata: “Vorremmo tranquillizzare immediatamente tutti coloro che si sono sentiti precipitati da ieri in una gravissima crisi del gelato”. Fulcro della replica della giunta è che in tutto il resto di Milano il gelato si può consumare dove si vuole e all’orario che si vuole, ma nei quartieri della movida occorre pensare anche alla quiete pubblica. Una replica inaccettabile, perché la quiete pubblica è un potenziale ostacolo in qualunque punto della città, non solo dove statisticamente, data la presenza della movida, è più probabile il disturbo.

Così sintetizzata, la posizione della giunta sembra un chiaro invito a disperdere la movida stessa e a rivolgere i propri passi altrove per trascorrere le serate estive fuori casa. L’esatto contrario di quello che una città aperta e internazionale disporrebbe. La differenza tra un quartiere “movida” e un quartiere qualunque è infatti la serie di attività diventano sostenibili solo in presenza di una massa critica, almeno potenziale, di clientela: se una buona gelateria può resistere anche in un’area desolata, ciò non è possibile per gli esercizi collaterali, quali una libreria, un negozio vintage, un atelier. Tipologie di commercio che necessitano di quartieri densamente vissuti: quartieri che si animano e si identificano anche grazie a quelle tipologie di commercio.

Spegnere anzitempo le luci della movida in un quartiere faticosamente trasformatosi in zona alla moda nel corso del tempo significa ridurre la fruizione della città a un cocktail o una birra, purché consumati dentro un locale almeno da una certa ora in avanti: il piacere estivo della passeggiata e della permanenza all’aperto non ha ragion d’essere se togli improvvisamente a migliaia di persone una bevanda (pur in bicchiere di plastica) o un gelato. E col piacere della permanenza all’aperto va a morire il piacere di curiosare vetrine inusuali, come gli atelier dei Navigli che pure sono stati più volte stimolati ad aprire, o le librerie di quartiere, che pure sono state oggetto di un bando della stessa giunta Pisapia. Vetrine che vivono di movida e ne hanno bisogno come del pane.

E invece la movida è ridotta a un cocktail o una birra in più, purché dentro il locale dopo una certa ora, mentre la conquista dello spazio urbano da parte di un’intera comunità di city users, benché possa esser vista come una moda (che ha alzato di molto il valore di certi immobili: i residenti non dovrebbero dimenticarlo), è un mutamento di mentalità più ampio, che porta una città italiana che pretende di essere “globale” a somigliare sempre più e meglio ai suoi modelli internazionali. Mentre Granelli e D’Alfonso scrivono, nei loro comunicati, che il regolamento sugli orari è stato ripreso da altre città italiane, dimenticano che Milano dovrebbe – per vocazione – affacciarsi al mondo e riprendere ciò che fanno Shangai, Berlino, Londra, Parigi e New York.

La città davvero aperta non chiude a mezzanotte né le sue librerie, né le sue gelaterie (ambienti poco adatti a consumare all’interno), né i suoi chioschi (mi rifaccio a un altro regolamento, che per fortuna è stato poi ritirato). La sinistra milanese cerca di parlare di questo concetto dal 1993, anno in cui lo propose (anche come antidoto all’insicurezza) il sociologo-candidato Nando Dalla Chiesa, poi sconfitto dalla Lega: nel 2011, dopo tanti anni, la sinistra ha vinto le elezioni. Ma ha perso per strada la città aperta.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

2 Responses to “Milano chiude a mezzanotte. La ‘crisi del gelato’ e un’idea sbagliata della città”

  1. d.d scrive:

    l’articolo mi sembra male informato o datato, non riporta neanche le repliche di pisapia.

  2. Massimiliano Melley scrive:

    La replica di Pisapia a parole è arrivata domenica con la promessa che la cosa verrà sistemata; le nuove ordinanze verranno firmate martedì mattina; verranno eliminati i riferimenti alle attività artigiane (kebab, pizza, gelato) che vendono per asporto, ma con alcuni problemi legati (per esempio) a chi vende gelati confezionati (ci stanno mettendo un giorno proprio per risolvere questi inconvenienti).
    Tuttavia, le ordinanze erano chiare e l’autodifesa dei due assessori non lascia scampo ai dubbi: quella era realmente la loro intenzione. Poi il sindaco si è reso conto che si trattava di una stupidaggine. D’altra parte, se è sindaco ci sarà un motivo.

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