Voci di protesta da Istanbul. La resistibile ascesa di Recep Tayyip Erdogan

È il primo giugno, è sabato mattina, finisco pigramente di bere il mio pessimo caffè olandese e, altrettanto pigramente, mi decido a dare un’occhiata alla home page della mia pagina Facebook – grazie alla quale, lo ammetto, ogni tanto faccio una cernita degli articoli su cui soffermarmi mentre scorro le notizie sulle pagine online dei quotidiani.

Quello che vedo, è un pioggia di post in una lingua incomprensibile, che scopro essere turco solo dopo aver verificato l’identità dell’autrice, Ece, la mia compagna di corso e amica dell’Erasmus School of Law. È di Istanbul. Qualcosa sta succedendo in Turchia. I giornali mi informano dell’occupazione di Gezi Park, l’ultimo parco rimasto ad Istanbul: pare vogliano sradicare gli alberi, per non lasciare nulla, se non lo spazio vuoto che serve per costruire l’ennesimo centro commerciale.

Ece mi fa notare che i giornali non sono stati abbastanza chiari, che ho bisogno di sapere che cosa è successo in Turchia negli ultimi dieci anni, da quando Tayyip Erdogan è al potere. Prima di raccontare quello che è venuto fuori, è indispensabile che sappiate questo: che quanto segue è tratto quasi esclusivamente dagli scritti, dalle parole, dalle immagini che la gente di Istanbul, Smirne, Ankara, è riuscita a trasmettere grazie ai social network e ai blog. Il primo di giugno, mi scrive Melis, un’altra ragazza turca, nessun giornale e nessuna rete televisiva, in Turchia, ha proferito una sola parola a riguardo, e specifica: “Turkish media don’t work because of the censorship or they are afraid of government, a lot of people did not know anything about riots”.(Traduzione: I media, in Turchia, non funzionano a causa della censura o semplicemente perché hanno paura del governo, molte persone non sapevano nulla delle proteste).

Tayyip Erdogan è l’uomo che, al momento, ha in mano le sorti del Paese, controlla il parlamento, all’interno del quale detiene una maggioranza schiacciante, coordina il suo partito e, nonostante abbia espresso la propria contrarietà rispetto ai metodi utilizzati dalla polizia per sopprimere le rivolte, è a lui che spetta l’ultima parola (e anche la prima) su quello che le forze dell’ordine decidono di fare o di non fare.

Quello che la polizia ha fatto è stato attaccare in modo violento gli occupanti pacifici di Gezi Park. La polizia ha usato non solo spray al peperoncino, idranti, lacrimogeni, proiettili di gomma, ma anche, stando alle foto e alle testimonianze dei manifestanti, armi chimiche, vietate a livello internazionale dalle Nazioni Unite. Le ragazze, indignate, menzionano qualche sostanza non meglio precisata, che causa svenimenti, vomito, perdite di sangue dal naso e, da non crederci, anche il cosiddetto “agente arancio”.

Ma torniamo ad Erdogan. Prima di diventare il protagonista incontrastato di questa storia, il nostro, fu sbattuto in prigione per incitamento all’odio religioso e, una volta uscitone, diede vita all’AKP, il partito islamico-conservatore moderato con cui riuscì ad insinuarsi in Parlamento, il che non è avvenuto indipendentemente da alcune situazioni contingenti a lui favorevoli, come la classe politica oziosa che lo ha preceduto (da tempo additata come principale responsabile di quella stasi che impregnava le istituzioni, corrodendo i tessuti sociali e mandando in corto circuito l’economia) e, soprattutto, il sistema elettorale turco.

Le vicende che lo hanno condotto alla leadership del Paese sono piuttosto oscure: qualcuno lo chiama “il presidente autoeletto”, dal momento che nel 2002, riacquistò i suoi diritti di elettorato attivo e passivo, persi in seguito alla condanna che aveva riportato, grazie ad un emendamento costituzionale approvato durante il governo dell’uomo che egli stesso aveva scelto, Abdullah Gül, che era stato suo compagno nel tramontato Partito del Benessere – schieramento politico che si fondava sui principi religiosi islamici – e poi nell’AKP e che gli avrebbe ceduto la leadership, non più tardi di sei mesi dopo le elezioni, una volta riusciti a farlo sedere in parlamento, grazie ad un’elezione suppletiva.

La trasformazione da uomo pulito, redento dalle idee estremiste che lo avevano accesso in gioventù, a tratti addirittura liberale, ad aspirante dittatore, è stata graduale, a quanto pare. Questa trasformazione è culminata in provvedimenti come il divieto di scambiarsi baci in pubblico ed il divieto per ogni bar, supermercato o negozio, di vendere bevande alcoliche tra le 22:00 e le 6:00. La discussione su un’eventuale nuova riconduzione dell’aborto nella sfera dei reati, non si è, peraltro, affatto chiusa. “He started to affect our lifestyles, he says he doesn’t want a drunk generation” (“Ha iniziato ad influenzare il nostro modo di vivere, dice che non vuole una generazione di ubriachi”), commenta Melis. Forse, tutto quello che di male hanno fatto i ragazzi di Gezi Park, è stato offrire qualche birra, assieme al cibo, ai passanti ed alla polizia.

Rimane il fatto che l’AKP ha ottenuto ancora una volta la maggioranza dei voti nelle elezioni del 2007, con la conseguente formazione di un altro governo con a capo Tayyip Erdogan. A chi, davanti alle immagini delle proteste, assume un’espressione perplessa (come a dire: “L’avete votato? Tenetevelo, problemi vostri”), nulla si può obiettare, ma ritengo che due osservazioni debbano comunque essere fatte. La prima è di tipo giuridico e si fonda sull’assoluta carenza di qualsiasi elemento contrattuale nell’adempimento di un dovere civico quale il voto: d’altra parte, percorrere una strada perversa di questo tipo, significa giungere ad ammettere quello che chiamiamo “mandato imperativo”.

La seconda, invece, nasce dalla testimonianza di uno dei ragazzi che ha partecipato alle proteste di Ankara che, dopo aver raccontato l’eloquente vicenda in cui il Presidente Erdogan, guardando una statua, chiede “Cos’è quest’obbrobrio?” e, senza neppure ricevere una risposta, il giorno dopo se la trova bella che demolita, esprime il suo genuino terrore nel continuare a caricare i suoi video sui social network, sapendo che “le persone che hanno parlato contro quello che succedeva, sia giornalisti che militari che ex membri delle forze di polizia, sono tutte in prigione e sono state portate lì senza sapere neppure quale fosse il reato che veniva loro imputato”. Questa seconda considerazione è molto semplice, quasi logica: in queste condizioni, non è la legittimità del governo Erdogan del 2007 a dover essere negata, ma la cessazione di questa legittimazione a dover essere definitivamente chiarita e formalizzata.

La conclusione, in queste condizioni, viene da sé e non può che essere scarna, laconica: Tayyip Erdogan è sostanzialmente delegittimato.


Autore: Annie Marino

Nata nel 1990, ha conseguito la maturità classica presso l’Istituto Salesiano di Soverato e studia giurisprudenza presso l’università Bocconi di Milano. Collabora con il giornale degli studenti universitari e ha pubblicato alcuni articoli per il quotidiano CalabriaOra. Si interessa di diritto pubblico ed internazionale e vuole diventare giornalista.

2 Responses to “Voci di protesta da Istanbul. La resistibile ascesa di Recep Tayyip Erdogan”

  1. antonio stola scrive:

    credo opportuno ricordaree,che,inturchia,c’è la razza meridionale italana,e storia,verso l’italia,fatta di odio e amore.la parte occidentale ha caratteristiche italiane.potrebbero eserci cittadini italiani-turchi e cittadini turchi italiani(se si intensificassero, i rapporti culturali e diplomatici).anche a livello commerciale, la turchia è un paese interessante.secondo certe teorie storiche,gli antichi abitanti di creta,erano esuli,turchi.

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