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Una sentenza esemplare per Stefano Cucchi. In senso negativo, ovviamente.

È una sentenza esemplare, e infatti Carlo Giovanardi ha affermato: “Il tempo è galantuomo e ha fatto giustizia di pregiudiziali ideologiche, enfatizzate dai media, che attribuivano responsabilità agli agenti di custodia per un pestaggio mai avvenuto”. I giudici della III Corte d’assise di Roma (otto ore di camera di consiglio) hanno sentenziato che Stefano Cucchi è morto a causa della negligenza dei medici che l’hanno preso in cura.

Ricordate, Stefano Cucchi era il ragazzo tossicodipendente arrestato per detenzione di stupefacenti il 15 ottobre del 2009 e morto (31 anni) a distanza di una settimana nel reparto detenuti dell’ospedale Pertini di Roma. I medici sono stati condannati per omicidio colposo. Il primario del reparto ha preso due anni, altri quattro medici sono stati condannati ad un anno e quattro mesi, ed un’altra dottoressa ha preso otto mesi per falso ideologico.

Il pubblico ministero, però, non gioisce. Cucchi era entrato in ospedale con le ossa rotte, massacrato in viso. Vari testimoni affermano che il ragazzo è stato pestato nelle camere di sicurezza del tribunale in attesa dell’udienza di convalida. Per il pubblico ministero, Cucchi è stato picchiato da almeno tre agenti della polizia penitenziaria e poi, alcuni giorni dopo, in ospedale è stato reso incapace di provvedere a se stesso e lasciato senza assistenza, fino a farlo morire. Ma i tre agenti sono stati assolti.

Eppure le fotografie di Cucchi, tutti le ricordiamo, sono quelle di un ragazzo morto, con un corpo chiaramente fracassato, da qualcuno, da qualcosa. Per Giovanardi il tempo è stato galantuomo, è stato galantuomo con le forze dell’ordine, ed è stato galantuomo con lui, che a ridosso della morte di Cucchi ebbe a dire: “La droga ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente… E poi il fatto che in cinque giorni sia peggiorato… Certo, bisogna vedere come i medici l’hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così“.

Zombie, chi si droga diventa uno zombie, ma gli zombie non hanno le ossa rotte, e neanche i volti devastati dai pestaggi, e neanche gli anoressici, che quando sfilano in passerella non perdono mica sangue. Mi si perdoni il cattivo gusto. Ma in questo paese c’è ancora chi è convinto che i deboli, in questo caso un tossicodipendente con altri problemi di salute, debbano, o possano, poi finire per una sorta di destino ineludibile. Per una sorta di punizione divina, per una specie di espiazione delle proprie inadeguatezze, che ai moralisti paiono colpe.

Vi ricordate l’AIDS? In quanti lo consideravano (c’è ancora in giro) una sorta di piaga biblica atta mondare l’umanità dai sodomiti che, in fin dei conti, deviando dalle norme de Testo sacro non potevano che fare quella fine, punitiva? Viviamo nel paese del “ma che pretende quello, se l’è andata a cercare”. Per alcuni la sentenza Cucchi è una sentenza esemplare. È invece una mostruosità. In punto di diritto – certo, forse, chissà – ma tale rimane. “Summus ius, summa iniuria” scriveva Cicerone (De Officiis, I, 10), ossia, “il diritto a tutti i costi diventa ingiuria”. La legge è legge – un par di balle. Un ragazzo viene arrestato, dopo l’arresto è chiaramente e gravemente leso nel fisico (testimoni su testimoni), dopo l’arresto è chiaramente e gravemente pestato (testimoni su testimoni), poi viene ricoverato e abbandonato a se stesso.

I medici, parrebbe giustamente, vengono condannati, ma gli altri no. La morte del ragazzo magrissimo parte come un omicidio con una lunga serie di cause ed un unico effetto, la morte. Un omicidio frutto di imperdonabile violenza seguita da disumana noncuranza. Ma la sentenza cancella la violenza, rimane solo la noncuranza dei medici. Un episodio così abnorme viene derubricato a caso di “malasanità”. Ma questo non è un caso di cattiva sanità, è un caso di cattiva giustizia. Cattiva giustizia è un paradosso, la giustizia, in quanto tale, non è né buona, né cattiva, è giusta. Ma qui da noi la giustizia è spesso un’ingiuria.

Certo, quando c’era da attaccare la magistratura per difendere Berlusconi, Giovanardi era in prima linea, adesso la difende. Bisogna avere fiducia nella giustizia, anche quando puzza. Su questo siamo d’accordo. Ma poi… di nuovo… si torna al paradosso. Su Il Giornale, il quotidiano che in nome del padrone è il nemico numero 1 della magistratura, troviamo un articolo che questa volta, ma dai, magnifica la sentenza del caso Cucchi, e scrive: “Cade tutta un’impalcatura ideologica. Vanno in pezzi pregiudizi antichi e affonda il pensiero dominante, quello che aveva già risolto il caso ancora prima di affrontarlo, infilandolo nell’album nero che comincia con Piazza Fontana, la morte di Pinelli e le presunte torture inflitte da carabinieri e poliziotti a tanti poveri innocenti”.

Quindi, la morale è questa: la magistratura fa sempre bene a insabbiare, come fece con Piazza Fontana, come fece con la morte del povero Pinelli dal “involontario balzo fuori dalla finestra”, come si è provato, ma con scarso successo, a fargli fare con la Diaz, e come, volontariamente/involontariamente/ob torto codice/forse/chissà, ha fatto con Cucchi, e come quelli del Il Giornale vorrebbero che facesse con Berlusconi. Su Berlusconi, invece, Giovanardi ha cambiato idea? Alè.

Comunque, povero Cucchi.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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