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Perché Google farebbe bene a non sottovalutare l’offerta di Microsoft

Qualche giorno fa, è arrivata la notizia che non ti aspetti dall’azienda che meno ti aspetti: il responsabile delle strategie competitive di Microsoft Pierluigi Mazzuca ha parlato esplicitamente in una intervista al Corriere della Sera di una possibile “strategia di interoperabilità” fra l’azienda di Redmond e Google.

Innanzitutto, chiariamo il concetto di “interoperabilità”: come riporta Wikipedia, si tratta della possibilità “per un sistema o un prodotto informatico di cooperare e di scambiare informazioni o servizi con altri sistemi o prodotti in maniera più o meno completa e priva di errori“. Un servizio che con la crescente industria del cloud computing si sta facendo sempre più pressante, dal momento che diverse aziende possono usare standard differenti.

Sebbene, infatti, le aziende produttrici tentino di legare sempre più a se i propri clienti, “costringendoli” a usare quanto più possibile i propri prodotti – ossia a creare un “ambiente proprietario”, dove l’operabilità è assicurata dal fatto di usare tutti gli stessi programmi – si sta osservando il fenomeno opposto, ossia che ciascuna azienda adotti un prodotto e si trovi poi a dover “dialogare” con altre aziende che usano altri standard.

In questo senso, Microsoft ha da sempre potuto sfruttare la sua posizione di dominanza sul mercato dei personal computer: Windows è da sempre il sistema operativo più usato, da quando i PC hanno iniziato a essere venduti su larga scala e né i sistemi Apple, né Linux e le piattaforme derivate hanno mai scalfito questa posizione. Poi è arrivato l’iPhone e a seguire tutti gli altri smartphone e poi ancora i tablet. E lì Microsoft ha iniziato a perdere terreno, al punto che nemmeno l’alleanza con Nokia è riuscita a invertire il segno negativo (anzi, i maligni sospettano che sia stata Redmond a far crollare l’ex-colosso finlandese).

L’apertura di Mazzuca, inoltre, arriva dopo un duro periodo di lotta aperta fra Microsoft e Google: ultima tappa è stata l’app di Youtube per Windows Phone, diventata motivo di scontro fra le due aziende perché permetteva di aggirare la pubblicità durante la visualizzazione dei video. Adesso, pare che l’allarme sia prossimo a rientrare, ma proprio per questo questa apertura suona ancora più interessante.

Ovviamente, si tratta di un tentativo molto interessato e lo conferma lo stesso Mazzuca: “Non lo facciamo certo per Google: lo facciamo per i clienti e per noi, perché vogliamo sopravvivere al mercato. E il mercato chiede interoperabilità“. Il motivo per cui il destinatario di questa richiesta è Google e non Apple, è altrettanto semplice: “ad Apple il tema della openness e quello dell’interoperabilità sono estranei. La storia di Apple e di Google partono da presupposti diversi. Certamente Google è stata ed è più sensibile all’interoperabilità. Quindi è più facile che si muova Google“.

In questi passaggi si cela comunque un concetto che, in un certo senso, già abbiamo affrontato tempo fa su queste colonne: il problema dei sistemi proprietari e dell’utilizzo dei brevetti come armi contundenti nella competizione fra aziende. La richiesta di “apertura” fatta da Microsoft a Google riguarda infatti proprio la possibilità di poter cooperare in ambiti ristretti, permettendo al concorrente di vedere il codice altrui nella sua interezza e di poter così offrire un prodotto finale migliore.

Non si tratta di una totale novità: da tempo le aziende farmaceutiche (che per eccellenza sono le più tetragone alla “apertura”) hanno iniziato a creare delle piccole “alleanze”, autorizzando l’uso di pool ben delimitati di brevetti per poter abbassare i costi di ricerca sui nuovi farmaci. Se dalle parole si passasse ai fatti, certo questa “strana alleanza” fra Redmond e Mountain View porterebbe a buoni vantaggi per larghe porzioni di consumatori (sicuramente quelli che si appoggiano alle piattaforme Android e Windows Phone).

Il sogno è che contribuisca pure ad allentare la morsa della lotta sul diritto d’autore (che giunge anche a livelli piuttosto parossistici). Da tempo ripetiamo che tutti i soldi che se ne vanno in avvocati e cause giudiziarie potrebbero essere più proficuamente investiti in ricerca e sviluppo. Google, dunque, rifletta seriamente su questa offerta. E poi, magari, l’accetti.


Autore: Luca Martinelli

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è anche utente di Wikipedia in italiano da più di sette anni.

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