La staffetta generazionale? La vecchia illusione del ‘lavorare meno, lavorare tutti’

– di PIERCAMILLO FALASCA – Il mito del “lavorare meno, lavorare tutti” non sembra tramontare mai, nella sua forma classica o in versioni più sofisticate come quella della “staffetta generazionale”, evocata da qualche settimana dal premier Enrico Letta e dal ministro Enrico Giovannini come misura pubblica per ridurre l’enorme disoccupazione giovanile.

Nello specifico, ai lavoratori dipendenti ormai a pochi anni dalla pensione verrebbe offerta su base volontaria la possibilità di continuare a lavorare part-time, mentre lo Stato si farebbe carico di pagare figurativamente la quota di contributi pensionistici previsti per il tempo pieno (in modo da evitare un taglio dell’assegno pensionistico maturato dal lavoratore) a una condizione: che l’impresa assuma un lavoratore giovane, da affiancare all’anzianoTutti contenti, all’apparenza, soprattutto se la staffetta generazionale dovesse prendere (come è probabile) la forma di un subentro di un figlio nel lavoro del padre o di uno scambio tra parenti o affini. Ma l’apparenza inganna.

Anzitutto, la staffetta generazionale costa al bilancio dello Stato, cioè ai contribuenti italiani sui quali graverebbero i contributi figurativi di cui godrebbe il lavoratore anziano: perché la totalità dei lavoratori italiani, in particolare i più giovani, dovrebbe sussidiare fiscalmente chi decide di ridurre il proprio orario di lavoro (magari avendo già come beneficio l’assunzione del proprio figlio)? Se pure il costo dei contributi figurativi fosse coperto finanziariamente da una corrispondente riduzione di spesa pubblica, la misura alimenterebbe lo squilibrio nella distribuzione di risorse di welfare, come hanno scritto Tito Boeri e Vincenzo Galasso su lavoce.info: sarebbe decisamente meglio investire ogni euro risparmiato negli strumenti di formazione professionale e di tutela dei redditi dei disoccupati.

Un effetto da non sottavalutare nella costruzione di una politica pubblica è quel che potrebbe definirsi “pioggia sul bagnato”: una quota (piccolo o grande, poco importa) degli  incentivi alla “parzializzazione” dell’impiego finirebbe per premiare chi avrebbe assunto la decisione in oggetto anche in assenza dell’incentivo. In parole povere, si regalerebbero risorse fiscali sotto forma di contributi pensionistici a chi avrebbe in ogni caso scelto la formula del part-time per gli ultimi anni della propria carriera.

C’è un’evidenza empirica (si legga l’analisi di Andrea Moro su noisefromamerika.org) contro la tesi che sottintende la staffetta generazionale, e cioè che la riduzione dell’occupazione dei più anziani crei lavoro per i più giovani. È una convinzione molto radicata, esemplificata dalla comunissima domanda “Se gli anziani non possono andare in pensione, quando lavoreranno i giovani?”. Eppure – contrariamente a quanto si pensa dell’aumento dell’età pensionabile statuito dalla riforma Fornero – non solo non c’è una correlazione negativa tra età pensionabile e occupazione giovanile: Moro mostra invece una correlazione positiva tra il tasso di occupazione dei 55-64enni e quello dei 15-24enni. Non c’è necessariamente un rapporto causa-effetto, ma c’è quantomeno la prova che l’aumento dell’occupazione degli over 55 non inibisce l’occupazione giovanile. I posti di lavoro non sono in numero fisso, come si provava a spiegare su Libertiamo.it tempo fa.

Ancora, come ha scritto Roberto Perotti, “per  un imprenditore non è la stessa cosa fare lavorare Tizio e Caio 40 ore alla settimana, o 30 ore alla settimana e assumere Sempronio part time a 20 ore: non è possibile trasferire istantaneamente con un cavo Usb a Sempronio tutte le conoscenze accumulate da Tizio e Caio in quella azienda”. Seguendo il ragionamento di Perotti, si coglie un aspetto cruciale della questione: gli eventuali effetti distorsivi (entropici, si potrebbe dire) della staffetta generazionale sulla produttività del lavoro.

In conclusione, ripartire le ore lavorate tra anziani e giovani, senza che aumenti la dimensione della “torta” dell’economia italiana, si finisce per spartire miseria, non per produrre nuova ricchezza. Eppure è a quello che il governo dovrebbe guardare: la crescita economica, l’unica via per creare posti di lavoro concreti e stabili. La staffetta generazionale è una pia illusione, che rischierebbe molto rapidamente per trasformarsi in una cocente e (e costosa per i contribuenti) delusione.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

7 Responses to “La staffetta generazionale? La vecchia illusione del ‘lavorare meno, lavorare tutti’”

  1. Laura Francesconi scrive:

    La staffetta dovrebbe prevedere che il lavoratore anziano trasferisca al giovane neoassunti anche parte delle proprie conoscenze. Si farebbe cioè una formazione on the job reale dove il ” vecchio” insegna il mestiere al “giovane”. Sicuramente non si creano nuovi posti di lavoro ma almeno si investe in formazione professionale e si permette una entrata graduale nel mondo del lavoro. Va però valutata tutta la parte del costo economico.

  2. Luigi Di Liberto scrive:

    Il problema arriva dalle pensioni che Banedetto, ah fatto il cavaliere di economista, che anche Pannella lo appoggiato. Le pensioni deve a 60 anni, i costo deve essere dalla sociale (almeno 800/1000€) e il massimo deve essere il triplo e UNA sola pensione statale.

  3. marcello scrive:

    Se l’avvento delle macchine e l’automatismo portano all’espulsione dei lavoratori non vedo come si possa non ridurre l’orario di lavoro.

  4. riccardo scrive:

    Ma di dimezzare le spese inutili degli eserciti non lo propone nessuno?

  5. Proletario scrive:

    Articolo disinformativo.

    Devo giocoforza constatare che a qualcuno, per puro sadismo, piace vedere lavorare i salariati 20 ore al giorno, mentre altri sono disoccupati.

    Presto la robotica avanzata invaderà anche i servizi e il fenomeno della disoccupazione tecnologica sarà ancora più evidente.

    La produttività da automazione dovrà essere ridistribuita.

    E nel frattempo andrà anche ridistribuito il lavoro umano che resta. Diminuendo l’orario di lavoro.

    Più il lavoro umano diventa obsoleto e minoritario, più vengono me anche le basi del capitalismo.

    Se non ci sono abbastanza salari, non ci sono abbastanza consumi.

    E il sistema collassa.

    Ma ne riparliamo fra 30 anni.

  6. marcella scrive:

    Ma logisticamente si e’ pensato come sistemare nelle aziende piu’ lavoratori nei metri quadri a disposizione?visto che c’ e’ anche una normativa in merito…e il costo del materiale informatico…mobilia ecc??si presume che il lavoratore anziano per poter fare un passaggio di consegne debba lavorare affiancato al lavoratore giovane….gli spazi??certo..anche per me potrebbe stare allettante..donna…36 anni contributi stanca sfinita…la salute a pezzi…mi farei le terapie che lavorando non riesco a fare…mi godrei la famiglia i nipoti..non illudete la gente!!!!!!FINALE: ma fatela finita di giocare sulla pelle di gente che oramai e’ stanca sfinita…si sa benissimo che tutto cio’ quindi non potra’ essere attuato…inutile prendere per il c… avanti i lavoratori…E i sindacati??non avevano detto che il numero 40 non si toccava????af…..anche loro!!40 e basta!!perche’ debbo farmene tanti di piu’ solo perche’ posso aver iniziato prima a lavorare??ma cavolo..posso essere piu’ stanco di un’altro che non ha la stessa anzianita’ di lavoro….ma che cavolate pensano???

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