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Roma sceglie. Anche sull’urbanistica (forse)

Lo slogan “Basta cemento” ripetuto con ossessiva perseveranza durante l’intera campagna elettorale per le amministrative di Roma del maggio 2013. Da tutti i candidati. Nessuno escluso. Tra sicurezza e lavoro, welfare e cultura, spazio anche all’arresto del consumo del suolo. Un punto fermo, scritto in grassetto nei programmi degli aspiranti sindaco.

Al punto da far nascere il sospetto, in molti, di aver sentito male, non aver saputo leggere bene. Di aver confuso i proclami di chi chiedeva il consenso per governare la Città con quelli di qualche centro virtuoso italiano. Meglio ancora, di qualche centro urbano del Nord Europa. Dove lo stop alle nuove edificazioni non è l’espediente rintracciato dalla politica per dragare voti, ma uno dei cardini delle politiche urbanistiche.

Ora al ballottaggio di domenica e lunedì prossimi i romani che decideranno di andare alle urne si troveranno di fronte ad una scelta. Che oltre ad essere per molti di campo, di appartenenza politica si sarebbe detto un tempo, riguarderà temi fondamentali per la Città. Argomenti che dall’ambito, più ristretto, municipale, si fanno comunali. A volte, inevitabilmente, per la loro complessità, anche regionale, se non addirittura nazionale.

Senza dubbio, l’Urbanistica rappresenta a buon titolo uno di questi casi. Le scelte prese e quelle da prendere nel settore dell’architettura e quindi della pianificazione urbanistica, vincolanti per lo sviluppo di Roma. Determinanti non soltanto sul piano della materialità del suo aspetto fisico, ma anche su quello del suo impatto sul sociale. Perché la città è anche uno spazio di solidarietà. Dentro i perimetri degli edifici che disegnano isolati definendo strade e piazze ci sono le persone che abitano quegli spazi. Persone in carne e ossa, non le figurine che gli architetti rappresentano dentro i loro rendering. La quasi totale assenza di attenzione a questi parametri, si potrebbe definire alla scala umana, ha decretato il fallimento sostanziale dell’urbanistica a Roma, così come concepita e realizzata negli ultimi decenni.

Aldilà delle promesse, dei progetti per il futuro, anche recente, esiste il passato. Quel che è stato fatto. Ed in questo il sindaco uscente, Alemanno, mostra la sua inadeguatezza. La sua incapacità a ricostruire il tessuto urbano, in più parti lacerato. Basta un resumé del suo operato per capire quanto la Città che ha provato a realizzare, in molti casi senza fortunatamente riuscirci, sia l’antitesi della Capitale auspicata. Tra abbattimenti soltanto tentati, come quello delle Torri di Tor Bella Monaca. E quelli riusciti come quello dell’ex Velodromo, all’Eur.

A questi, deve aggiungersi la lunga serie di progetti sbandierati ma miseramente falliti, la cui realizzazione avrebbe avuto, più o meno direttamente, implicazioni sulla Città. Da quello della Formula 1 all’Eur, al sottopasso dell’Ara pacis, dalle Olimpiadi al rilancio di Corviale da cui Alemanno (sindaco) e Berlusconi partirono nella campagna elettorale del 2008. Senza contare la serie di compensazioni che avrebbe comportato l’invasione di nuovi agglomerati urbani in diverse aree dell’agro romano. Compensazioni la cui realizzazione è rimasta legata per mesi all’approvazione in Consiglio Comunale di una serie di delibere. Senza alcuna ragione che non fosse quella di dare soddisfazione alle arroganti richieste dei soliti costruttori-proprietari fondiari.

Circa 160 interventi, diluiti, si fa per dire, su circa 2mila ettari, con un ingombro pari a circa 20 milioni di metri cubi di cemento. Pericolo per ora scampato. Al contrario di quanto accaduto in altre parti nelle quali ad essere tradito risulta il Paesaggio, a volte anche il patrimonio storico-archeologico. È il caso di Tor Pagnotta, quartiere a sud ovest della capitale, fuori dal GRA. Al quale andrà ad aggiungersi la lottizzazione Tor Pagnotta 2 targata Francesco Gaetano Caltagirone. È anche il caso di Paglian Casale, a sud ovest della Capitale, dove realizzerà un altro Caltagirone, Leonardo. È il caso, ancora, della Zona di via Grotta Perfetta, zona Laurentina.

Nella città storica, non va meglio. Il restyling di piazza San Silvestro un fallimento annunciato. Il ripensamento della sistemazione dell’Ara Pacis prima strenuamente sostenuto, poi, fortunatamente abbandonato. Nel complesso una guida incerta nella programmazione della città. Un aggregato di progetti, più che opinabili nella loro specificità e comunque disarticolati. Per questo la politica urbanistica di Alemanno non può costituire un invito al voto da parte di quanti, senza alcun interesse particolare, avrebbero l’ambizione di contribuire ad una Roma meno Rometta.

È tuttavia innegabile che quella discontinuità con il suo predecessore, Walter Veltroni, che l’ex An ha più volte richiamato, non si è mai concretizzata. Al sindaco precednte, che ha firmato il nuovo PRG della Città, vanno intestate operazioni che hanno sacrificato spazi importanti del suo territorio, sottolineando ulteriormente la sua disarticolazione, la sua espansione improvvisata. Spesso attraverso il regalo di aree, prima agricole e poi edificabili ai proprietari fondiari-costruttori. Ponte di Nona, ai Caltagirone, così come Porta di Roma ai Caltagirone, ai Toti e ad altri. Via di Acilia, a due passi dalla tenuta presidenziale di Castel Porziano, a Pulcini. Anche se forse il caso più eclatante è quello della cosiddetta Centralità Romanina, dove a farla da padrone è Scarpellini.

La stagione veltroniana, patinata e arricchita dal ricorso ad archistar, di indiscusse capacità, ma forse non ancora adatte a confrontarsi con una realtà così complessa come quella romana, non è stata superata da Alemanno. Al di là delle pesanti eredità che ha lasciato. Come la reclamizzata Città dei giovani, nell’area degli ex Mercati Generali, lungo la via Ostiense, o l’urbanizzazione della Bufolatta, dove le centinaia di migliaia di metri cubi di nuovi edifici ad uso abitazione sono stati pensati perlopù in relazione al grande centro commerciale. Così la politica urbanistica che fu di Veltroni, sembra essere quella di Alemanno. Con una pericolosa, accentuata mancanza di analisi urbana d’insieme. Una politica nella quale la quasi indiscriminata occupazione di nuovi spazi sembra guidare ogni intervento. Il costruito, l’unico esito dello spazio libero.

La sensazione che a dettare le linee di sviluppo urbano, almeno negli ultimi 15-20 anni, non sia stata l’amministrazione pubblica ma la proprietà fondiaria sembra avvalorata dalle troppe storture. Ancora di più, dai risultati raggiunti. Il PRG del ’62 e quello nuovo, del 2008, strumenti che troppe volte sono stati sotto-utilizzati per rispondere alle esigenze del vero deus-ex machina dell’urbanistica a Roma. Il pool dei proprietari fondiari-costruttori. Attraverso un numero impressionante di accordi di programma, ad esempio. La storia dice che la continuità non ha subito contraccolpi, il fenomeno non si è arrestato, passando dalle giunte di sinistra a quella di destra. Marino dichiara di voler cambiare tutto. Anche in tema di urbanistica. Non potrebbe essere altrimenti. Ha visitato le periferie ed alcuni degli spazi in abbandono, da rigenerare, anche in aree centrali. Ha sottolineato la necessità di dire basta alle nuove edificazioni. Parole, certo.

Nella difficile e contraddittoria campagna elettorale del 2008 l’ex ministro dell’agricoltura, nel tentativo di intercettare nuovi consensi, fece ricorso anche un aut-aut. “Il 13 e 14 aprile i romani devono decidere: da un lato uno stanco continuismo rappresentato dalla sinistra… Dall’altro ci siamo noi che rappresentiamo il cambiamento”, affermava il futuro sindaco, lanciando la sua sfida. Anche Marino, ricorre ora, ad affermazioni del genere, naturalmente invertite. Gli si può credere? Quel che appare certo oltre che improcrastinabile è che la città inizi ad essere “legata” con spazi inedificati, secondo modelli non nuovi nell’architettura europea e mondiale. Pianificandone responsabilmente la necessaria espansione nelle direttrici più idonee. Progettando significative alternative, all’aggiunta di nuove cubature. È arrivato il momento di cambiare tutto. Ora!


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “Roma sceglie. Anche sull’urbanistica (forse)”

  1. Marco Galliano scrive:

    Sempre ottimi i suoi articoli. Complimenti.

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