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Dopo Fini, la sinistra “sdogana” Bossi. Il nemico del mio nemico è mio amico (quando mi conviene)

Il razzista, l’omofobo, l’autore di una vergognosa legge sull’immigrazione, il principale alleato del male assoluto. Per più di vent’anni, agli occhi della sinistra italiana il personaggio in questione ha rappresentato questo e molto altro: la pietra dello scandalo, l’incarnazione dell’Italia peggiore di cui – a torto o a ragione – non si volevano nemmeno comprendere istanze e rivendicazioni.

Che si parli di Umberto Bossi o di Gianfranco Fini poco importa: per lungo tempo è stato loro riservato il medesimo trattamento. Eppure, finora, l’assoluzione e il perdono da sinistra erano giunti soltanto per Fini, lasciando invariato l’antico giudizio di sdegno e riprovazione per l’operato del Senatùr e la sua creatura politica. Ieri mattina, tuttavia, su Repubblica sembra essersi riaperto uno spiraglio di redenzione per il fondatore della Lega, a un anno da quelle intere paginate dedicate al teatrino mediatico-giudiziario del caso Belsito e delle vicende della famiglia Bossi, su cui tutta la stampa italiana – Gruppo Espresso incluso – ha edificato il leitmotiv della scorsa stagione balneare.

E così, a Gemonio, per un’intervista al Senatùr pacata e dai toni perfino amichevoli piomba un inedito e improbabile Gad Lerner. I due dibattono di Maroni, dell’alleanza con Berlusconi, del futuro del partito, perfino di amici in comune. Non c’è nulla nell’intervista che lasci intendere che l’intervistato, per almeno quindici anni, abbia rappresentato il bersaglio preferito contro cui il quotidiano in questione amava – sprezzante – scagliarsi.

È un Bossi che non fa più paura, che anzi – traspare dal chiosare di Lerner – quando illustra stratagemmi per lanciare un nuovo giornale, riconquistare la direzione del partito e indire il referendum sull’indipendenza della Padania fa quasi tenerezza, con i suoi 72 anni sulle spalle, la malattia e l’affetto dei soli famigliari. È anche – però – un Bossi che può ancora tornare utile a una sinistra che non lascia mai scapparsi occasioni tanto ghiotte. È un Bossi che sostiene che “l’autodeterminazione è più facile che si realizzi con la sinistra” (sic) e che “perciò, se per l’indipendenza si deve rompere con la destra, pazienza”. Ancor di più, è un Bossi ormai in piena verve antiberlusconiana, che promette battaglia alla Lega vincolata al Cav, quella Lega ancora in grado di procurarsi un pacchetto di voti cruciale per una sinistra che è tornata ancora una volta a rincorrere un Berlusconi di nuovo matador dei sondaggi.

È un Bossi per la prima volta dipinto nei panni del bonario vecchietto indipendentista perché accidentalmente, dopo vent’anni, è più conveniente raffigurarlo così che come il razzista fiancheggiatore del Belzebù di Arcore. Un po’ come quando Gianfranco Fini, in chiave meramente strumentale per sgonfiare il consenso di berlusconiana, era diventato l’ospite più gradito dei salotti TV della sinistra, con memorabili ospitate da Fabio Fazio, in terra di chi – fino a pochi giorni prima – lo aveva liquidato come fascista, salvo poi riabilitarlo nel giro di poche settimane fino a promuoverlo a garante della democrazia e della terzietà delle istituzioni, di padre nobile di un centrodestra alternativo a quello di cui Berlusconi era ed è tuttora egemone – senza nemmeno badare al fatto che in quel centrodestra che mai fu, Fini si portò dietro anche personaggi come Bocchino, Granata, Menia e Tremaglia.

La verità è che Bossi è lo stesso di ieri, il responsabile di quel fenomeno travolgente della Seconda Repubblica che è stato la Lega Nord, con la sinistra che non ha mai inteso capirne la portata e le ragioni del successo, limitandosi – come d’altronde fa di prassi da 70 anni – a bollare il fenomeno con etichette morali riduttive, semplicistiche se non del tutto erronee e che nulla di rilevante dicono di quell’Italia che ha accordato il suo consenso a Umberto Bossi e alla sua Lega perché è fermamente convinta che la questione settentrionale non sia soltanto la fantasia di qualche fanatico mascherato da vichingo nei raduni di Pontida.

Quel che è cambiato, nel frattempo, è soltanto la percezione di Bossi che Repubblica intende farci bere. Proprio come accadde con Gianfranco Fini, che non appena smesso di essere politicamente sfruttabile è stato ricacciato sonoramente nell’oblio.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

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