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La Turchia e i suoi ‘Indignados’

– Da diversi giorni in Turchia si stanno verificando manifestazioni e scontri con la Polizia nelle principali città del Paese. I manifestanti – per la stragrande maggioranza giovani – si sono raccolti per la prima volta ad Istanbul, per protestare contro la distruzione del Parco di Gezi, a piazza Taksim, nel cuore commerciale della città, il quale avrebbe fatto posto a un moderno complesso commerciale con annessa moschea. Allo scoccare della scintilla nella più popolosa città turca e, soprattutto, a seguito di una dura repressione da parte della polizia, è corrisposto lo scoppiare del focolaio della protesta, prima nella vicina Besiktas, poi nella capitale Ankara e, infine a Smirne, Antalya, Izmir e altre città. Le manifestazioni, ribattezzate con gli hashtag #OccupyTaksim, #OccupyGezi o #OccupyTurkey, hanno subito suscitato un “ping-pong mediatico” che ha portato all’attenzione dei media internazionali la più grossa crisi politica della Turchia da quando è salito al potere il premier Tayyp Erdogan, in carica ormai da una decade.

La cronaca della veemenza delle proteste o, meglio, della veemenza della repressione ad esse, è quindi rimbalzata tramite twitter e facebook in tutto il mondo occidentale che sta vedendo con i propri occhi le immagini in diretta e sta assistendo a scontri di piazza in cui le Forze di Polizia rispondono con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, proiettili di gomma e non solo. È di ieri la notizia di un ragazzo morto a causa di un colpo d’arma da fuoco alla testa (occorrerà, comunque, verificare la dinamica dei fatti, onde evitare santificazioni fasulle alla Carlo Giuliani) a cui poi si è aggiunto un altro morto, a causa dell’esasperazione di un tassista che ha caricato con il suo mezzo un corteo che bloccava un autostrada.

Ovviamente, nel bordello mediatico che sono solitamente le notizie di politica estera di questo tipo, già si parla di esportazione della “Primavera Araba” e, conseguentemente di “Primavera Turca”. In tal senso occorre fare delle distinzioni di merito tra le rivolte verificatesi nei paesi mediorientali di etnia a maggioranza araba e ciò che sta accadendo in Turchia (la cui popolazione non è, quindi, legata al “contagio” tra fratelli arabi). Occorrerebbe, in realtà, dare la forza morale di vere e proprie “parolacce” alla locuzione “Primavere Arabe”, ma la vulgata euro-centrica, che tende a europeizzare e paragonare tutto a quanto è già accaduto in passato in Occidente, ha oramai istituzionalizzato questo termine che si riferisce a tutta quella serie di rivolte nate in serie nei paesi mediorientali, tutte diverse, di cui alcune nazionali (Egitto), altre dominate, invece, da spinte centrifughe (Libia), con l’unico filo comune della predominanza di un sentimento di restaurazione della Shari’a come fonte inviolabile del diritto (anche nelle menti dei più giovani) e di una minore intransigenza nei confronti delle realtà più radicali del pensiero islamico. Sì, è vero che alcuni punti in comune si possono trovare, primo fra tutti il grosso peso della disoccupazione dei giovani laureati come causa scatenante dei primi disordini, anche perché in Turchia vuol dire emarginazione dai frutti della forte crescita economica, ma è il sottobosco ideale quello che segna una differenza abissale tra le Primavere Arabe e questo “1968 turco“.

I giovani che manifestano combattono la politica anti-kemalista di Erdogan. Combattono, quindi, non l’eccessiva secolarizzazione dello Stato ma, al contrario, un temutissimo il ritorno a una società islamica. Nei messaggi che si leggono sui social network o nei video su youtube si vedono giovani che lamentano della restrizione della normativa sugli alcolici (con un ban totale dalle 22 alle 6), lamentano la reintroduzione nel velo nelle università. Più in generale, si protesta contro l’autoritarismo con cui il leader dell’AKP (il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) sta sfidando la Costituzione di Kemal Ataturk laica tramite, anche, il depotenziamento del potere dell’esercito, vero e proprio garante della laicità dello Stato.

È una protesta, quindi, di tipo europeo, molto più che mediorientale. Non c’è un regime in crisi, anche perché Erdogan è pur sempre un presidente eletto democraticamente, e lo stesso mondo islamico ha accettato le regole della democrazia parlamentare turca. È in atto una protesta di merito contro le politiche di governo, una protesta contro la marcia indietro rispetto alle conquiste di inizio XX secolo in termini di diritti e di superamento del islamismo ottomano. È vero, questo sì, che spesso e volentieri twitter e facebook hanno ingannato anche nelle prime fasi delle rivolte nei Paesi delle Primavere e che, quindi, sarebbe più opportuno vedere le evoluzioni di questa rivolta prima di trarre conclusioni affrettate. Ma è altresì vero che la composizione dei cortei, in cui vi sono nazionalisti a fianco di giovani di estrema sinistra, e soprattutto la scintilla che ha fatto partire tutto, cioè la demolizione dell’unica vera piazza che simboleggia la Turchia repubblicana e secolare, avvicinano questi manifestanti molto di più agli Indignados spagnoli di due anni fa.

Erdogan, dunque, apparso già piuttosto imbarazzato quando ha dovuto rispondere ai media della violenza delle forze dell’ordine, vive ora la più grande crisi politica da quando è al potere. Sarà opportuno attendere qualche tempo per vedere quali eventuali contraccolpi elettorali potrà subire l’APK, sebbene il grosso delle proteste provenga da zone del Paese in cui Erdogan non ha ottenuto la maggioranza (ma non è il caso di Ankara). Ma sarà anche interessante vedere quale sarà la reazione dell’Esercito, tradizionalmente molto sensibile a ogni minaccia della Costituzione kemalista e, durante la seconda metà del secolo scorso, anche piuttosto avvezza a far sentire la propria presenza in situazioni di crisi.


Autore: Antonio Mastino

Classe 1983, viene dalla ridente isola di Sardegna. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ha formato la propria esperienza nell'analisi internazionale al Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, curando in particolar modo gli scenari geopolitici dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Estremo Oriente.

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