di DANIELE VENANZI – Matteo Renzi è in calo nei sondaggi. Rimane il politico più gradito agli italiani dopo il Presidente Napolitano, ma agli occhi di molti non appare più come il Tony Blair di Palazzo Vecchio. Colpa del chiodo verde e dei jeans alla Happy Days sparati in prima pagina su Chi – sostiene qualcuno – e ancor prima dell’apparizione in look nero – di nuovo rigorosamente in pelle – in prima serata da Maria De Filippi.

È in parte vero. Se da un lato quelle comparse lo hanno reso più popolare tra l’esercito dei giovanissimi spettatori dei talent show e le sale d’attesa delle parrucchiere di Voghera, d’altro canto hanno fatto storcere il naso all’elettorato più consapevole, che in quell’esibizionismo scaltro e popolano ha ravvisato la filosofia berlusconiana di fare comunicazione tra uno studio e l’altro delle TV commerciali, per sussurrare all’Italia profonda parole d’amore politicamente vuote o ruffianamente antipolitiche attraverso il piccolo schermo.

Le ragioni della flessione di consensi, tuttavia, non si spiegano soltanto – se non in minima parte – con scelte comunicative discutibili, ma anche e soprattutto a partire da un dato politico: Renzi non gioca più alla rottamazione, né ad un gioco in cui chiaramente si vince o si perde ed è direttamente il popolo (le primarie come metafora e forma caratteristica di leadership) a deciderlo. Non è più pungente, non è più “il nemico in casa”. Al contrario, nell’ultima campagna elettorale, da bombardiere che era, sembra essersi conformato all’archetipo di una figura di repertorio della tradizione del centrosinistra: il classico personaggio influente, ma fuori dai giochi che giunge in soccorso a togliere le castagne dal fuoco al partito, il jolly da pescare sotto ballottaggio, da spendere magari in sostegno di un Ignazio Marino.

Ecco, se Renzi crede che dall’indossare le vesti dell’imbonitore o peggio ancora del “giovane padre nobile” si possa trarre un qualche tornaconto politico – magari condizioni più favorevoli per una scalata alla premiership – ha già perso il senso della strategia, e con esso quel consistente pacchetto di voti di chi lo vorrebbe sempre sul piede di guerra, sempre pronto a rimbeccare il centrosinistra sui suoi errori più grossolani, a ricordare ai Bersani di turno che Berlusconi c’è – e il PD un po’ meno – perché il giaguaro è sempre dieci passi avanti e che per batterlo occorre diventare bravi almeno quanto lui sulla superficie dove gioca meglio, piuttosto che rincorrerlo per vie giudiziarie o con moralismi che – evidentemente – a quell’Italia che continua ad essergli fedele dopo tutti questi anni non interessano minimamente.

Quel Renzi di lotta e (di aspirazioni) di governo sembra latitare, facendo spazio ad un Renzi che gioca di rimessa, aspettando che sia l’apparato – per sua stessa ammissione – a chiamarlo in causa per salvare quel che resta di un centrosinistra in frantumi. A quegli italiani che sembrano aver smesso di credere in lui manca il Renzi delle primarie, il Renzi dello scontro a viso aperto e a testa alta. La figura del temporeggiatore ben si adatta alla sua formazione democristiana, ma rischia di sbiadire il personaggio del Renzi che molti hanno imparato ad amare, perché fresco e innovativo nel mare magno dell’omologazione e della mediocrità della politica italiana.

Nel futuro prossimo, il partito in cui ha deciso di rimanere dovrà riunirsi in congresso. Per Matteo Renzi sono i mesi della svolta: quelli in cui dovrà decidere se provare ancora una volta a diventare un leader – cioè innanzitutto leader del Pd, senza rifugiarsi nella distinzione bizantina tra leader di partito e leader di governo – o abbandonarsi a un futuro da imbonitore, di mediatore o di personaggio “trasversale”, di quelli che il centrosinistra scongela sotto elezioni, per provare a vincerle.