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La scuola è malata. Il fallimento del sistema educativo e la scommessa dell’autonomia

Il recente referendum di Bologna sul finanziamento pubblico degli istituti paritari è soltanto una finestra aperta su un tema più ampio. Il referendum consultivo riguardo agli asili privati, sul tema del finanziamento con contributi pubblici, diviene l’occasione per ritornare a riflettere sul nostro sistema educativo. Sull’importanza della scuola. Presunta, per alcuni.

In uno degli ultimi articoli pubblicati, “Due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia”, Pasolini proponeva, in maniera semi-seria, l’abolizione della televisione e della scuola media dell’obbligo. Proposta che appare abbastanza incomprensibile se la si osserva con la lente deformata di questi ultimi anni, ma che molto di meno lo era se integrata al dibattito sulla scuola e sulla descolarizzazione che si era svolto negli anni Cinquanta e Sessanta, soprattutto negli Stati Uniti. Le questioni di fondo sollevate dagli ispiratori di quella battaglia, come Ivan Illich che nel 1971 pubblicò il saggio Deschooling Society, sembrano tornare a galla oggi nel dibattito sulla scuola.

Ad applicarsi sul tema è il recente saggio di Roberto Bottani, Requiem per la scuola?, uscito per Il Mulino (Bologna, pagg. 152, euro 13,00). Un concentrato di riflessioni che continuamente fanno riferimento, con favore, alle tesi di Illich. Il problema è che mentre tutte le critiche che generalmente si muovono alla scuola sono ragionevoli e condivisibili, i rimedi che spesso si propongono appaiono di dubbia efficacia oltre che difficilmente realizzabili. Scrive Bottani, “Purtroppo non ci sono indagini che permettano di verificare scientificamente la validità della teoria di Illich”. Semmai quello che più facilmente sembra possibile verificare scientificamente non è ciò che resta dopo che le scuole sono state chiuse, ma ciò che c’è quando le scuole non sono ancora state aperte. Per questo basta girare per le periferie di Dacca o Kinshasa.

È probabile che tagliare il budget per l’istruzione di base non sia il primo passo da compiere. Questo non per dire che i dubbi sul sistema non siano legittimi. Anzi. Per questo è meritorio che Bottani si prodighi nel rimetterli in circolo. Dati alla mano l’autore constata che la scuola pubblica italiana non riesce a garantire ai cittadini “il conseguimento, alla fine dell’istruzione scolastica obbligatoria, di una base comune di conoscenze e competenze. Esplicitato ulteriormente significa che molti italiani alla fine della scuola dell’obbligo sanno a malapena leggere e faticano “a reperire in una pagina scritta un’informazione chiara”. Il che non significa che la scuola non serva. Serve, ma soltanto ad una parte. Nonostante a pagarne i costi siano tutti. E non è tutto. Secondo Bottani “le disuguaglianze iniziali rispetto all’istruzione, invece di calare, con la scolarità prolungata si accentuano”.

Esistono misure in grado di contrastare questa serie quasi infinita di problemi? Una domanda che non ha, non può comprensibilmente avere, una risposta univoca. Le ricette che si propongono, molte. Tuttavia la proposta che affiora più spesso nel saggio è quella di favorire il decentramento. Perché “si hanno prove documentate che se le scuole diventano autonome e responsabili i risultati scolastici degli studenti sono migliori”. Scuola e stati nazionali, descolarizzazione ed internet sono gli elementi interconnessi su cui si ragiona.

Ed il passaggio dalla prima alla seconda coppia, tutt’altro che impossibile, costituisce, probabilmente il momento cruciale. L’occasione per riequilibrare gli squilibri. La chance per fare giustizia. Un’architettura che evidentemente non attiene più soltanto all’istruzione ma investe direttamente la società. E così si ritorna agli anni Settanta, al saggio “Come educare senza scuola” nel quale ancora Illich sosteneva che un buon sistema educativo doveva mirare a due scopi. Permettere a tutti di avere accesso al sapere in qualsiasi momento della loro vita. Mettere in contatto coloro che possono insegnare con coloro che vogliono imparare liberamente. In questo modo niente più cicli obbligatori di studi, niente più spese per educatori e edifici.

Illich scriveva, “Si dovrebbe utilizzare la tecnologia moderna per rendere la libertà di parola, di assemblea e di stampa realmente universale e quindi pienamente educativa”. Dal 1971 “la tecnologia moderna” ha raggiunto lidi che sarebbe stato impossibile immaginare. Nella scuola sono entrati i libri digitali. Ma quel che si riteneva un approdo dopo tanto vagare sembra essere il richiamo delle sirene per Ulisse. Gli strumenti che avrebbero dovuto assicurare nell’istruzione democrazia ed un minimo comun denominatore nell’apprendimento, le cause di nuovi problemi. La scuola continua ad essere malata. Probabilmente di se stessa.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

2 Responses to “La scuola è malata. Il fallimento del sistema educativo e la scommessa dell’autonomia”

  1. creonte scrive:

    a che serve a avere scuole migliori se poi le unviesità non sono davvero meritocartiche e il nmondo del alvoro non rischiede persone skillate?

  2. Edoardo scrive:

    grazie bellissimo articolo.condivido.

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