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Cambiare la Costituzione per cambiare la politica. “Scegliamoci la Repubblica”

Gli ultimi due governi, pur formandosi nel pieno rispetto e in coerenza con il dettato della Costituzione, hanno scontato la mancata legittimazione diretta del voto popolare. Il programma presentato alle camere non è quello su cui si è espresso il corpo elettorale e nella nomina dei rispettivi presidenti del Consiglio molto ha pesato il ruolo di un Presidente della Repubblica eletto in via indiretta dal Parlamento.

Per dare maggiore legittimazione alla nomina del nuovo Governo, dopo le elezioni dello scorso febbraio, si sono dovuti attendere 62 giorni e una nuova elezione del Capo dello Stato da parte del nuovo Parlamento, al fine di tracciare un filo continuo tra il voto degli italiani, quello dei loro rappresentanti, quello del nuovo Presidente della Repubblica, seppur confermato, e la nomina del premier.

La proposta dell’elezione diretta del Capo dello Stato, punto centrale della iniziativa di legge costituzionale lanciata da Giovanni Guzzetta sabato scorso, tende a dare una risposta alla debole legittimazione che rischia di avere l’esecutivo in circostanze come quelle che stiamo vivendo e, unitamente all’introduzione del sistema elettorale uninominale, mira a evitare il riproporsi di un quadro politico-parlamentare incapace di dare una guida al paese. Senza entrare nel merito, punto per punto, del disegno di legge, va sottolineato il vantaggio che deriva dal trattare unitamente e in modo coerente forma di governo e formula elettorale. Maggiori perplessità suscita la posizione di Alfano, secondo il quale la riforma elettorale può aspettare, potendo andar bene, nel frattempo, il mantenimento del famigerato Porcellum.

Altre considerazioni si possono trarre osservando come, negli ultimi due anni, alcune misure siano state prese ritenendo necessaria, quasi a giustificarle, la premessa “ce lo chiede l’Europa”. Un’ammissione di impotenza o il tentativo di scaricare su altri livelli di governo la responsabilità delle proprie decisioni. Spesso le riforme “chieste” dall’Europa sono le stesse che i governi precedenti avrebbero dovuto fare anzitempo e che vengono varate tardivamente (col rischio di farle male) sull’onda dell’emergenza.

In una democrazia matura, le riforme sono attuate sulla base di un programma sostenuto dal corpo elettorale e le crisi sono affrontate con gli anticorpi di cui già dispone il sistema politico. Le basse difese immunitarie hanno traggono la loro origine da un deficit di governabilità dell’attuale assetto istituzionale o dall’incapacità della politica? Il governo Berlusconi, che pur poteva far affidamento su una estesa maggioranza, ha raccolto in eredità un debito pubblico di 1663 miliardi di euro per consegnare al suo successore, Monti, sostenuto dalle principali forze politiche in Parlamento, un debito pubblico di 1912 miliardi. Nel 2012 lo stock è salito ancora, sforando quota 2000 miliardi.

L’incapacità di invertire il senso di marcia, con misure di abbattimento del debito pubblico, della pressione fiscale e della spesa non possono essere univocamente ricondotte alla scarsa governabilità del nostro sistema costituzionale. Così come il mancato compimento delle riforme annunciate. Si pensi al federalismo fiscale: anziché prevedere una devoluzione dei poteri impositivi e di spesa trasparenti che responsabilizzassero gli amministratori regionali di fronte al proprio elettorato, ci si è limitati a suggerire, con approccio ragionieristico, sistemi di verifica della spesa regionale i cui effetti non si sono ancora esplicati.

Tuttavia, anche per le ragioni sopra esposte, la ricerca di un quadro istituzionale che permetta al cittadino di scegliere con chiarezza un candidato di cui si fidi, un programma in cui crede, una maggioranza e un governo capaci di attuarlo può servire, anzitutto, a responsabilizzare la classe politica. Senza illuderci, la questione istituzionale è un cantiere da cui non si possono avere risposte risolutive, ma rimane un passaggio obbligato per sperare di poter far cambiare marcia alla politica.

Sotto questo profilo, se è vero, per dirla con Ludwig von Mises, che “i governi diventano liberali quando vi sono costretti dai cittadini”, si può analogamente presumere che le forme di governo non diventano efficienti, autoriformandosi, senza la spinta dell’opinione pubblica. Per questo, l’iniziativa di Gazzetta “Scegliamoci la repubblica” può essere un veicolo per alimentare un dibattito che ha bisogno di varcare le porte dei palazzi, affinché non si traduca in lettera morta.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

2 Responses to “Cambiare la Costituzione per cambiare la politica. “Scegliamoci la Repubblica””

  1. Luigi Di Liberto scrive:

    Un’iniziativa di legge DI INIZIATIVA POPOLARE costituzionale? Per cosa, credi che arriva alla commissione? E’ meglio che che Benedetto presenta una mozione al senato.

  2. creonte scrive:

    a mio avviso il porcellum e l’elezione del rpesidnete fanno vedere INVECE che il sistema funzioan al di là delle incapacità dei potlici e dei partiti.

    il rpesidenzialismo poi sarebbe uno sbolognare la patata bollente ai cittadini, oltre che essere un mod affinchè le elite politictiche si conservino senza temere “neo” deputati twittanti che non seguono gli ordini di scuderia

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