Nel momento in cui scriviamo è stata da poco bocciata la “mozione Giacchetti”, che a fronte delle generiche ed inconcludenti prese di posizione delle varie parti politiche, mirava a ripristinare la vecchia legge elettorale, il c.d. mattarellum (ossia l’insieme delle due leggi – la 276 e la 277 – che nel 1994 introdussero un sistema che assegnava il 75% dei seggi su base maggioritaria su collegi uninominali a turno unico ed il restante 25% su base proporzionale).

Se il tentativo del PD e del PDL di trovare un accordo su una nuova legge elettorale apparisse solo un po’ più serio, potremmo anche ritenere condivisibile il giudizio di intempestività della “mozione Giacchetti” dato da alcuni esponenti del PD. Allo stato, però, siccome questo tentativo non ci appare serio e le intenzioni dei due schieramenti risultano molto distanti (il PDL si limiterebbe a lievi ritocchi del porcellum, mentre il PD mirerebbe a modifiche ben più rilevanti), non possiamo che sentirci nuovamente esposti al rischio di una crisi di governo nella vigenza della famigerata legge attuale.

Il problema c’è e non è di facile soluzione, perché non potremo davvero limitarci a lievi ritocchi del porcellum come proposto dal PDL. Perché serve un intervento ben più sostanziale ce lo ha ricordato di recente la Corte di Cassazione che, con ordinanza del 17 maggio 2013, ha ritenuto ammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata rispetto alla legge voluta dall’allora ministro Calderoli.

Questa pronuncia è un inno alla libertà contro la partitocrazia. Ed è bene sottolinearlo, perché da alcuni commenti a caldo che si sono letti sui giornali, il sistema partitico pare non averlo compreso appieno, arrivando addirittura a definire tale ordinanza come “temeraria” (cfr. Il Corriere della Sera 19.5.2013), ossia, in sostanza, un affronto. E allora, per l’ennesima volta, affronto sia.

Le censure della Corte si sono rivolte al meccanismo che assegna il premio di maggioranza alla coalizione che abbia conseguito il maggior numero di voti ed al meccanismo che istituisce liste “bloccate”, precludendo all’elettore la possibilità di esprimere una preferenza precisa. Quanto al premio di maggioranza, per la Corte la relativa disciplina appare viziata da irragionevolezza (categoria che viene in considerazione in una valutazione di costituzionalità ai sensi del principio di eguaglianza sancito dall’art. 3 Cost.), perché non sembra garantire alcuna maggiore governabilità – al contrario di quanto dichiarato dal legislatore al tempo della sua adozione – assegnando il premio ad una coalizione che poi, una volta “premiata”, potrebbe anche sciogliersi o dar luogo a ribaltoni.

Tale disciplina, inoltre, là dove attribuisce ben più della maggioranza assoluta dei seggi alla Camera (340 su 630) alla coalizione che abbia ottenuto il miglior risultato rispetto alle altre (quale esso sia, a prescindere dal raggiungimento di certe soglie), determina una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica (artt. 1 comma 2 e 67 Cost.), nonché una “sproporzione talmente grave da risultare irragionevole e, quindi, in violazione dell’art. 3 Cost.” (par. 7.1 dell’ordinanza).

In sostanza, la Corte dubita che possa considerarsi rispettoso dei principi di rappresentanza democratica (art. 1 comma 2 Cost.) e di uguaglianza del voto (art. 48 c. 2 Cost.) un meccanismo capace di tramutare una maggioranza relativa in maggioranza assoluta, determinando quella “dittatura della minoranza” da più parti ritenuta una delle degenerazioni dell’attuale sistema democratico occidentale. Addirittura, per la Corte l’alterazione alla democrazia operata dal porcellum appare ben più grave di quella determinata dalla Legge Acerbo del 1923 fortemente voluta dal Partito fascista, legge che almeno richiedeva una soglia minima (il 25%) per poter accedere al premio di maggioranza.

Per l’elezione del Senato, il meccanismo introdotto dalla Legge Calderoli appare ancor più insensato ed irragionevole rispetto all’obiettivo di garantire una maggiore governabilità, in quanto attribuisce il premio relativo (il 55% dei seggi disponibili) regione per regione, con l’assurdo effetto di poter determinare maggioranze disomogenee e contrarie rispetto a quelle che si determinano alla Camera (la Corte parla di “sommatoria casuale dei premi regionali che finiscono per elidersi tra loro e possono addirittura rovesciare il risultato ottenuto dalle liste e coalizioni di lista su base nazionale; le diverse maggioranze regionali non avranno mai modo di esprimersi e di contare, perché il Senato è un’assemblea unitaria e il governo è nazionale. In tal modo si favorisce la formazione di maggioranze parlamentari non coincidenti”). Tutto ciò per la Corte “compromette sia il funzionamento della nostra forma di governo parlamentare, nella quale, secondo i dettami del bicameralismo perfetto, il Governo deve avere la fiducia delle due Camere, sia l’esercizio della funzione legislativa che la Costituzione attribuisce paritariamente alla Camera e al Senato” (par. 8.1).

Inoltre, per la Corte la violazione del principio di uguaglianza del voto al Senato è ancor più evidente, poiché l’entità del premio sarà maggiore nelle regioni più popolose, creando così disparità fra i cittadini a seconda della loro collocazione geografica (par. 8.2). Se, come Kelsen ci ha insegnato, la prevalenza di una maggioranza rispetto ad una minoranza aventi entrambe eguale peso rispetto al voto, è una questione utilitaristica di libertà, in quanto tale sistema appare l’unico ad assicurare la libertà del maggior numero di individui, dobbiamo concludere che il nostro legislatore ancora una volta abbia agito da tiranno.

Ma è nelle critiche al meccanismo che impedisce all’elettore di esprimere una preferenza che la Corte assesta il colpo più duro alla partitocrazia. Molto probabilmente, quando il professore di diritto costituzionale si trovasse a dover spiegare ai suoi studenti cosa si intenda per voto indiretto, farebbe l’esempio del sistema americano per l’elezione del Presidente, secondo il quale l’elettore è chiamato a votare un delegato che a sua volta voterà il candidato alla Presidenza. In sostanza, come già ritenuto da larga parte dei costituzionalisti, la Corte reputa che votare una lista bloccata equivalga a delegare il voto ai partiti, i quali, componendo l’ordine di lista, divengono i soli a determinare l’elezione di un soggetto piuttosto di un altro. Ma in tal modo, ad essere delegato risulta il più importante atto d’esercizio della Sovranità Popolare.

Si tratta di un sistema che all’evidenza appare difficilmente compatibile con la nostra Costituzione e ciò anche là dove i partiti si regolassero in modo democratico al loro interno dando attuazione all’art. 49 Cost., in quanto il divieto di mandato imperativo imporrebbe comunque di esprimere un voto all’individuo e non al partito. Per la Corte, il cuore del problema è che precludendo all’elettore la possibilità di votare il candidato preferito, “l’elezione sarà determinata esclusivamente dall’ordine di lista stabilito dal partito all’atto della presentazione, poiché è tale ordine, e non il voto del cittadino elettore, a distinguere la posizione di candidato certamente eletto o, al contrario, non eletto” (par. 9.1). Peccato che per la nostra Costituzione il suffragio, oltre che personale, uguale e libero, debba essere anche “diretto (artt. 48, 56 e 58 Cost.), il che “esclude quindi implicitamente (ma chiaramente) il voto “indiretto” in qualsiasi forma esso possa essere congegnato dal legislatore” (par. 9.2).

I partiti, secondo la Corte, devono limitarsi a concorrere “con metodo democratico a determinare la politica nazionale (art. 49 Cost.)” e giammai “si identificano con le istituzioni rappresentative da eleggere, né con il corpo elettorale. La loro è una funzione strumentale e di raccordo tra i cittadini e le istituzioni, cioè di intermediazione; essi concorrono alla espressione del voto (per usare le parole dell’art. 4 della Costituzione francese), ma non possono sostituirsi al corpo elettorale (par. 9.2). Nulla di nuovo, dirà qualcuno. Il ruolo dei partiti è quello, è chiaro. No, non è affatto chiaro, perché come vediamo da troppo tempo a questa parte, i partiti tentano di farsi istituzione, penetrano nello stato e se ne appropriano, cercando di sottrarre Sovranità al Popolo. Ad associarsi in partiti sono sempre e solo i singoli individui e solo questi possono determinare la politica nazionale.

La Corte ci ricorda proprio questo, che la Sovranità appartiene al Popolo e che questo è fatto di individui, non di partiti. Non a caso, l’art. 49 Cost. è rivolto ai “cittadini” per i quali l’associazione partitica costituisce solo un modo di estrinsecare la propria personalità. Ludwig von Mises ci ricorderebbe che “l’individuo vive e agisce nella società. Ma la società non è altro che la combinazione di individui per uno sforzo comune. Essa non esiste che nell’azione degli individui”. E così nei partiti politici.

Con il porcellum i partiti hanno cercato di compiere l’ennesima usurpazione di Sovranità. Ancora una volta il mezzo ha tentato di farsi fine. E non è accettabile sentirsi dire che le liste bloccate costituiscono il miglior sistema contro le influenze mafiose e criminali. Non è accettabile perché attraverso le liste bloccate si determinano altrettanti abusi che poco dovrebbero avere a che fare con la democrazia. Del resto, non possiamo sempre ragionare come se il problema all’origine non fosse risolvibile. Il problema delle infiltrazioni ed influenze criminali c’è, ma va risolto sul territorio, non introducendo un sistema incostituzionale.

Tra l’altro c’è un sistema, quello maggioritario su collegio uninominale a doppio turno (ossia il sistema francese) che si rivelerebbe efficiente anche contro temuti fenomeni di indebite influenze e compravendite di voti. Pertanto, basta alibi. Si riveda la legge elettorale in questo senso e si inizi poi a valutare seriamente se una riforma semipresidenziale non possa essere davvero la ricetta giusta per dare nuovo slancio a questa nostra democrazia parlamentare così ingessata. Non ci si limiti a lievi ritocchi o assurde opere di maquillage. La legge elettorale è la Grundnorm della democrazia indiretta e deve per questo risultare la migliore possibile a contemperare le esigenze di governabilità con il principio di rappresentanza democratica.

Non si faccia, in particolare, l’errore di pensare che lievi aggiustamenti alla soglia oltre la quale scatta il premio di maggioranza possano essere sufficienti. La frattura con la società è così ampia che la legge elettorale va rivista per intero. La pronuncia della Corte di Cassazione ha la stessa valenza, oggi, del sottile crine di cavallo che reggeva la spada sul capo di Damocle. Quando dovesse definitivamente pronunciarsi la Corte Costituzionale, quel crine si spezzerà. Il Parlamento non deleghi ulteriormente alla magistratura la risoluzione di questioni politiche e dia una risposta in fretta o almeno, per il momento, metta davvero in sicurezza il principio di rappresentanza democratica con il ripristino del mattarellum. Nel frattempo ci si ricordi sempre che mai e poi mai i partiti “si identificano con le istituzioni rappresentative da eleggere, né con il corpo elettorale. La loro è una funzione di raccordo tra i cittadini e le istituzioni, cioè di intermediazione; essi concorrono alla espressione del voto, ma non possono sostituirsi al corpo elettorale”.

Solo l’individuo pensa. Solo l’individuo ragiona. Solo l’individuo agisce”. Non possiamo mai perdere di vista un simile assunto, perché nel momento in cui ciò dovesse avvenire, il collettivo partitico avrebbe gioco molto più facile nel sottrarci Sovranità.