Finanziamento ai partiti: la proposta del governo è un deludente ircocervo

di PIERCAMILLO FALASCA – Le cose sarebbero state molto più semplici, se in tema di finanziamento ai partiti si fosse seguita la proposta avanzata dal professor Pellegrino Capaldo un anno fa e che i famigerati ABC (Alfano, Bersani e Casini), segretari delle tre formazioni della maggioranza parlamentare che sosteneva il governo Monti, presentarono persino come disegno di legge di iniziativa parlamentare.

Capaldo proponeva l’abolizione del rimborso elettorale, ma soprattutto un sistema molto pulito di contribuzione individuale: ogni cittadino avrebbe potuto destinare ad una formazione politica una cifra non superiore ai duemila euro, con una detrazione fiscale del 95 per cento. La proposta Capaldo avrebbe probabilmente attratto alcune delle critiche che vengono mosse all’attuale ddl governativo: dal fronte “abolizionista”, quella di gradualismo; da chi difende l’esistenza di un finanziamento pubblico dell’attività politica come strumento di democrazia, quella di essere troppo radicale. In compenso, essa avrebbe spiccato in semplicità e trasparenza, consegnando ai cittadini la piena titolarità della scelta.

Il testo approvato ieri dal Consiglio dei Ministri è purtroppo un ircocervo: la detrazione (52 per cento fino a 5mila euro, 26 per cento fino a 20mila euro) è troppo bassa, tale da non promuovere concretamente il finanziamento degli attivisti e dei sostenitori, quelli che di soldini in tasca ne hanno pochi, ma diventa nei fatti uno sconto fiscale per i più donatori più facoltosi, verso cui si concentreranno le attenzioni dei partiti politici. Con la proposta Capaldo i partiti diventano delle “public company”, con la detrazione del 26 per cento un club per ricchi. Può apparire controintuitivo, ma è così. Altra debolezza è la gradualità della riforma: il discredito di cui purtroppo soffre la classe politica è tale che una riforma che entrerà a regime solo nel 2016 appare poco credibile e soggetta a eventuali futuri colpi di mano. Proroghe e deroghe sono sempre in agguato in Italia.

Un ulteriore aspetto discutibile è rappresentato dalle barriere all’ingresso per l’accesso alla ripartizione del 2 per mille dell’Irpef che i contribuenti possono destinare ad un partito (con un meccanismo che replica il sistema del 5 per mille, senza ripartizione dell’inoptato come per l’8 per mille). Siccome alla “torta” del 2 per mille potranno partecipare solo i partiti che hanno eletto dei rappresentati in Parlamento, ma non le formazioni politiche che non conquistano seggi o le forze neonate, vi è un evidente sbilanciamento in favore degli “incumbent”. Quando si pensa a partiti che non entrano in Parlamento, si hanno in mente formazioni molto minoritarie. Ma se è accettabile che un sistema elettorale preveda delle soglie di sbarramento – esplicite e implicite – per ridurre la frammentazione della rappresentanza parlamentare, non si vede perché il diritto di un cittadino a finanziare un partito debba essere compresso e sacrificato sull’altare dello status quo.

Peraltro, se con il Porcellum le liste escluse dal riparto dei seggi sono quelle non coalizzate che non abbiano raggiunto il 4 per cento nazionale alla Camera o l’8 per cento regionale al Senato, con sistemi elettorali piú “severi” (e più auspicabili) come l’uninominale a doppio turno resterebbero fuori dai fondi del 2 per mille dell’Irpef anche eventuali partiti molto più grandi, inclusi alcuni di quelli attualmente in Parlamento. Qualche pessimista potrebbe aggiungere che riservare il meccanismo del 2 per mille ai partiti che conseguono seggi parlamentari sia un ulteriore incentivo al mantenimento di un sistema elettorale proporzionale, a cominciare dallo stesso Porcellum.

Appello ai parlamentari di buona volontà: nel corso dell’esame parlamentare del ddl governativo, provate a “capaldizzare” la riforma.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

2 Responses to “Finanziamento ai partiti: la proposta del governo è un deludente ircocervo”

  1. creonte scrive:

    meglio com’è ora decisamente.

    tanto è intuile sperare che i partiti facciano coem le ong prima dell’arrivo del 5 per mille

    e non è una questione di costi: togliere ogni forma di aiuti di stato serve per avere dei paertiti migliori innanzitutto

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