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Agenda Visco. Il Governatore fa il programma di governo, l’esecutivo invece fa altro

Esaurito il crepuscolo del governo Berlusconi, terminato il faticoso esperimento dei tecnici, chiusa una campagna elettorale cosparsa come al solito di sogni, miracoli e promesse, e chiusa anche la difficile (e lunghissima) elaborazione del post-voto, era lecito attendersi dall’esecutivo di grande coalizione guidato da Enrico Letta un immediato e drastico ritorno alla realtà e alla verità, una veloce definizione dell’agenda per uscire – come si usa dire ormai da troppo tempo – dalla crisi e far ripartire il paese. Non è andata esattamente così. Tra l’accordicchio sulla legge elettorale, le polemiche sulla ministra Kyenge e lo showdown sul finanziamento pubblico ai partiti, poco, troppo poco, al di là di qualche ricetta generica, di qualche palliativo e di qualche minimo impegno per il futuro, si è visto sul fronte delle cose che contano per davvero.

Sono servite le parole, severe, del governatore della Banca d’Italia per ricordarci quali sono. “La recessione sta segnando profondamente il potenziale produttivo, rischia di ripercuotersi sulla coesione sociale. Il prodotto interno lordo del 2012 – ha spiegato Ignazio Visco nella sua relazione annuale – è stato inferiore del 7 per cento rispetto a quello del 2007, il reddito disponibile delle famiglie di oltre il 9, la produzione di un quarto. Le ore lavorate sono state il 5,5 per cento in meno, la riduzione del numero di persone occupate superiore al mezzo milione. Il tasso di disoccupazione, pressoché raddoppiato rispetto al 2007 e pari all’11,5 per cento lo scorso marzo, si è avvicinato al 40 tra i più giovani, ha superato questa percentuale per quelli residenti nel Mezzogiorno”. E ancora: “Le origini finanziarie e internazionali della crisi, cui si è soprattutto rivolta l’attenzione delle autorità di politica economica, non devono far dimenticare che in Italia, più che in altri Paesi, gli andamenti ciclici si sovrappongono a gravi debolezze strutturali; lo mostra, già nei dieci anni antecedenti la crisi, l’evoluzione complessiva della nostra economia, peggiore di quella di quasi tutti i principali Paesi sviluppati”.

Lavoro, fisco, taglio della spesa pubblica, rilancio del sistema produttivo, ristrutturazione del sistema formativo, innovazione tecnologica, investimenti infrastrutturali: nodi sui quali in questi ultimi decenni si è fatto poco e male, tra miopie diffuse e facilonerie demagogiche. “Non siamo stati capaci – dice Visco – di rispondere agli straordinari cambiamenti geopolitici, tecnologici e demografici degli ultimi 25 anni”. Nella lunga e provinciale battaglia politica della Seconda Repubblica è mancata l’elaborazione di un quadro complessivo di intervento, è mancata la definizione di una visione strategica, coraggiosa e di ampio respiro, su cui impostare, fatte salve le differenze partitiche, l’azione dei governi.

Ora che le due forze che si sono fin qui combattute si ritrovano insieme per necessità, non riescono a farne virtù fino in fondo, perdendosi in questioni tutto sommato “piccole” a scapito di quelle “grandi”, e prolungando – complici le amministrative e la costante incertezza sul come e sul quando si andrà a votare – il clima da campagna elettorale, la ricerca del consenso a basso costo politico degli elettori, insomma i soliti vecchi vizi che ci hanno portato qui dove siamo.

Eppure potremmo uscirne, sottolinea sempre il governatore: “L’inversione del ciclo economico verso la fine dell’anno è possibile; dipenderà dall’accelerazione del commercio mondiale, dall’attuazione di politiche economiche adeguate, dall’evoluzione positiva delle aspettative e delle condizioni per investire, dalla disponibilità di credito”. Ma le condizione per ripartire non possono più aspettare i tempi della politica all’italiana. Colmare due decenni di ritardo in poche settimane è chiedere troppo alla grande coalizione. Ma almeno provarci, questo sì.


Autore: Federico Brusadelli

Nato a Roma trenta anni fa, si laurea in Lingue e civiltà orientali presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Dal 2009 al 2011 lavora presso la Fondazione Farefuturo, occupandosi del webmagazine diretto da Filippo Rossi, con il quale in seguito collabora alla nascita del quotidiano Il Futurista. Giornalista professionista, dal 2013 è dottorando in Studi Asiatici presso l’Università di Napoli “L’Orientale”.

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