di CARMELO PALMA – Una cosa è certa. Forse Grillo meritava un compagno d’avventura più disponibile e riconoscente di Rodotà. Rodotà invece non meritava di essere trattato da Grillo meglio di come Grillo e “i cittadini” che aveva scelto di rappresentare, diventandone il beniamino, erano abituati a trattare chiunque scegliesse di intralciarne il cammino e di disobbedire al “popolo”.

Rodotà ha accompagnato con il suo stile negligente l’esplosione del M5S, facendosene trascinare ad un passo dal Quirinale. Ieratico nel disordine iconoclasta, si è risentito del silenzio dei vecchi compagni, ma non si è troppo scandalizzato della furia rumorosa dei nuovi, che irrompevano ai piani alti della politica.

Quando hanno iniziato a discenderne, dopo le scorse amministrative, Rodotà ha iniziato a eccepire cose eccepibilissime – in teoria – anche nella fortuna e non solo nella disgrazia. Il candidato partorito dalla rottura programmatica con il Pd e dall’indisponibilità a ogni forma di accordo parlamentare ha scoperto, a Quirinale sfumato, il limite dell’inesperienza e dell’intransigenza grillina. Ha perfino censurato – perché era impossibile, evidentemente, accorgersene prima – l’inefficienza di un’organizzazione politica militarizzata ed entropica e di una democrazia “totale”, che mortifica le intelligenze e le differenze.

Troppo facile tutto e dunque troppo giusto e sacrosanto il vaffanculo telematico che alla fine l’ha raggiunto. Grillo non ha ragione, ma c’è una coerenza anche nei torti e questa volta sta tutta dalla parte della sua parte. Troppo facile per Rodotà pure il no comment all’affronto di Grillo – “non è nel mio stile commentare” – nel suo stile è arruolarsi da generale nelle guerre quasi vinte e dissociarsi da partigiano da quelle quasi perse, con lo stesso cipiglio e la stessa narcisistica “indipendenza”.

Non deve commentare, Rodotà, dovrebbe invece rispondere di un’amicizia e di un’inimicizia giocata sul filo dell’opportunità, ma con un’insopportabile retorica di principio. Dovrebbe – se vuole – spiegare il prima e non il dopo di una “relazione pericolosa” destinata ad esplodere come un qualunque e banalissimo matrimonio d’interessi. Ma anche su questo, anzi soprattutto su questo, no comment, come se spettasse a Grillo spiegare di essere stato rodataiano e non a lui di essere stato grillino.

Grillo è sempre Grillo, Rodotà è sempre Rodotà – questa purtroppo è la morale della favola.