Il voto delle amministrative non può essere mai paragonato ad un voto politico nazionale. Sul territorio, infatti, i cittadini vogliono essere governati da persone riconoscibili, di cui fidarsi e dotate di un apparato organizzativo capace di risolvere quotidianamente i problemi. Ben diverso, invece, il voto nazionale. Esso è più intriso di ideologia e tradizione ed ha obiettivi e vision
molto più complessi.

Per questo motivo, e tenendo conto di ballottaggi non ancora conclusi, il largo successo del Partito Democratico rispetto al risultato del Popolo della Libertà (a Roma in primis) deve per forza essere preso con le molle. La strada per Epifani e soci è ancora lunga ed il processo di cambiamento della sinistra non può dirsi definitivamente concluso. Anzi, è solo all’inizio. 

Diverso invece è il discorso per il M5S. L’antipolitica e la sfiducia, guidata dal comico genovese, nasce dal basso, dai territori. I “Meetup”, gruppi di persone formatisi spontaneamente sulla base dei temi proposti dal blog di Beppe Grillo, hanno sempre tratto la loro linfa vitale dalle comunità locali, cioè da gruppi di persone dello stesso quartiere o della stessa città, stanche della politica dei soliti partiti. Da qui in poi, ed in pochissimo tempo, si è formato il M5S, un movimento “moralmente virtuoso” (così definito da Grillo) che partendo dal territorio si proponeva di risolvere i problemi giornalieri dei cittadini. Con l’andare del tempo il movimento di Grillo si è amplificato, alimentato dal voto di protesta e da esempi politici tradizionali inadeguati ed inefficaci. I risultati si sono visti pochi mesi fa alle ultime politiche.

Col tempo, però, i nodi stanno venendo al pettine. L’inesperienza ed alcuni errori politici dei neo deputati “cinquestellati” (inevitabile per dei neofiti) sta riportando il voto di protesta al suo habitat originario: quello dell’astensionismo sfiduciato, di cui il risultato romano è esempio emblematico. Il muro contro muro adottato da Grillo, un po’ populista e retorico, si sta pian piano sgretolando davanti alla concretezza dei palazzi del potere. La buona volontà e la buona fede dei “cittadini” eletti (nella quale io credo) si è purtroppo scontrata con la politica che, piaccia o non piaccia, ha bisogno di preparazione, esperienza e diplomazia. L’humus iniziale del movimento, ribelle e contestatario contro il potere, avrebbe avuto bisogno di un processo di maturazione diverso, tutto indirizzato verso nuove intelligenti aperture. Così non è stato, ed il voto espresso dagli italiani alle amministrative ne è la prova.

Oggi per il M5s è giunto il momento della verità: o fare la fine di processi culturali analoghi e già visti, oppure maturare nella leadership e all’interno, al fine di portare avanti un progetto. Altrimenti il rischio sarebbe di finire ancor prima di aver iniziato e, sinceramente, a perderci sarebbe solo la democrazia rappresentativa. Questo significherà sacrificare il “movimentismo” per un più rigido organigramma di partito con tutto quello che ne consegue? Questo solo il tempo e le intenzioni del suo leader potranno dirlo. Quel che è certo è che in politica non ci si può improvvisare perché le buone intenzioni purtroppo non bastano.

In merito a questo, Robert Anson Heinlein scriveva in Lazarus Long l’Immortale (1973): “Le etichette politiche – come monarchico, comunista, democratico, populista, fascista, liberale, conservatore, e cosi via – non sono mai criteri fondamentali. La razza umana si divide politicamente in coloro che vogliono controllare la gente e in coloro che non hanno tale desiderio. I primi sono idealisti che agiscono spinti dai migliori motivi, per il massimo bene del più gran numero di persone. I secondi sono tipi acidi, sospettosi e privi di altruismo. Ma sono vicini meno scomodi di quelli dell’altra categoria“. Molto cinico, è vero. Ma molto veritiero.