L’Italia non ha più scuse, entro un anno dovrà risolvere il problema del sovraffollamento carcerario e rientrare nella legalità che da oltre vent’anni viola. Così ha confermato la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, rigettando il ricorso del Governo Monti sulla sentenza dello scorso gennaio la quale chiedeva all’Italia, oltre al risarcimento a sette detenuti per il trattamento inumano e degradante a cui sono stati sottoposti, di porre rimedio con urgenza a quella realtà carceraria che ci umilia in Europa e nel mondo.

Eppure, di quel sovraffollamento strutturale di cui parla la CEDU, la classe politica italiana ne era al corrente da anni. Da anni si denunciano gli spazi angusti per cui a volte i detenuti devono fare i turni nelle celle per stare in piedi, le condizioni igienico-sanitarie disastrose, l’assenza di privacy, anche durante l’utilizzo del water, la poca luce che filtra dalle finestre bloccate, l’assenza di attività ricreative a causa del personale penitenziario sotto organico, costretto a lavorare in situazioni sempre più critiche.

Ciò non è bastato. Non è bastata neanche l’umiliazione di avere atteso un’altra condanna della Corte Europea per far sì che la politica si assumesse le sue responsabilità. Anzi, come da prassi per il nostro Paese, invece di trovare una soluzione al problema, ci si ingegna per trovare un modo che permetta di procrastinare i termini di scadenza entro cui si è esortati a porre rimedio al problema. Così è stato anche questa volta.

Se la sentenza Torreggiani arriva in un momento storico in cui la sistematica violazione dell’art. 3 della Convenzione CEDU non poteva più essere ignorata, se non ha sorpreso più di tanto né Napolitano, che commentò la notizia come “una mortificante conferma dell’incapacità del nostro Stato a garantire i diritti dei reclusi”, né l’allora Ministro Severino che si disse “avvilita ma non stupita”, si è preferito ricorrere comunque ad un escamotage che permettesse di guadagnare qualche mese al fine di scaricare il tutto al governo successivo. Ed è così che, tra mortificanti conferme e mancati stupori, il ministro della giustizia dello scorso governo Monti ha deciso di rispondere alle sue responsabilità con un ricorso dall’intento chiaramente dilatorio.

Non sorprende nessuno, infatti, che la CEDU abbia rigettato quel ricorso i cui motivi erano visibilmente pretestuosi e che abbia richiamato l’Italia nuovamente alle sue responsabilità, ricordando che quando lo Stato non è in grado di garantire a ciascun detenuto condizioni detentive conformi all’articolo 3 della Convenzione, è esortato ad agire in modo da ridurre il numero di persone incarcerate, applicando misure punitive non privative della libertà e riducendo al minimo il ricorso alla custodia cautelare in carcere. Queste raccomandazioni sono purtroppo rimaste sulla carta e, mentre l’Italia guadagnava tempo, ventidue suicidi di detenuti si sono consumati nelle nostre carceri dall’inizio dell’anno. Intanto, c’è ancora chi pretende di risolvere la questione tramite progetti di edilizia carceraria, come se il sovraffollamento non riguardasse anche quel 40% di detenuti nelle nostre carceri in attesa di giudizio.

Per l’Italia però è finito il tempo di fare finta che non esista un’emergenza carceraria. Non si può più negare che quella della giustizia non sia l’urgenza del Paese. La verità che emerge da questa condanna è che ogni giorno che passa, lo Stato italiano è responsabile di quei trattamenti inumani e degradanti a danno di migliaia di persone. Non c’è più tempo per i discorsi pieni di buoni propositi, per i finti provvedimenti, che nel susseguirsi delle varie legislature si sono rivelati strutturalmente ininfluenti ed hanno aggravato la situazione. È il momento di avanzare proposte efficaci, come può essere quella di un’amnistia, alla quale dovrà seguire una riforma organica della giustizia. Il conto alla rovescia per il Governo e per il Parlamento è già iniziato, resta meno di un anno per restituire dignità e legalità alla nostra giustizia e a tutto il Paese.