Giachetti aveva un’idea. Gli altri nessuna. Servono proposte di merito, non di metodo

di CARMELO PALMA – Il “radicale” Giachetti aveva almeno un’idea. Sabotatoria degli equilibri della maggioranza, intransigente e semplificata come conviene a una proposta che voglia e debba essere, prima che efficiente, comprensibile e popolare. Un’idea – se possiamo azzardare – sbagliata nel presupposto di fondo, che l’Italia possa “tornare” a qualcosa (fosse pure al Mattarellum) e non debba invece risolversi a lasciare alle spalle le sue caratteristiche e italianissime anomalie, per guardare alle riforme con un’attitudine meno domestica e provinciale, senza ripescare ogni volta dal repertorio dei fallimenti quello all’apparenza meno fallimentare.

Giachetti aveva e conserva però un’idea precisa, anche se probabilmente sbagliata, di quale sia il filo da seguire e la corda da tirare per impedire che la XVII legislatura anneghi le riforme nel bla bla bla riformistico e che le dispute di metodo consumino le questioni di merito, in un latinorum che suona alle orecchie dell’opinione pubblica (anche della meno prevenuta) insopportabilmente disonesto.

Della mozione di Giachetti – che è un “ritorno”, ma pur sempre qualitativamente diverso da quello al proporzionale puro e alle preferenze della politica primo-repubblicana, che nelle intenzioni di alcuni dovrebbe (absit iniuria verbis) aggiustare il Porcellumsi può alla fine parlare male o bene, ma come di qualcosa, non come di niente. Invece della proposta di maggioranza approvata in pompa magna – si farà, più o meno, una nuova Bicamerale, ma per fare cosa? Mistero – non si può parlare né bene, né male, rilevando in essa solo ciò che manca, l’anticipo della riforma elettorale, e non ciò che c’è, un accrocco procedurale forse furbo e forse no, e l’assenza di un indirizzo positivo e costruttivo, di qualunque segno, sui capitoli di una riforma teoricamente molto ambiziosa.

Da un certo punto di vista è come se il Pd avesse prestato al governo l’inclinazione a eludere le scelte su cui rischia di dividersi e a unirsi nel segno della non decisione e dunque della non divisione. Da un altro punto di vista, si potrebbe sostenere (questa è la tesi ufficiale al Nazareno) che in questa tela di ragno “metodologica” si è imprigionata l’intemperanza del PdL, impedendo che una clausola di salvaguardia anti-Porcellum aprisse la strada ad una riforma frettolosa e opportunistica della legge elettorale e al final countdown sulla vita dell’esecutivo.

Rimane però il fatto che delle riforme non può continuare a parlarsi solo in negativo, dicendo il perché del problema e tacendo del come e del cosa della soluzione. Il rischio è che per un parecchi mesi – il tempo di approvare la legge costituzionale di metodo – il dibattito istituzionale smarrisca le ragioni e le alternative di merito. L’unica proposta organica di riforma costituzionale oggi sul tappeto – quella semipresidenzialista e francese sostenuta dal Comitato promosso da Giovanni Guzzetta – ha non a caso un’organizzazione quasi interamente extra- istituzionale e si muove molto faticosamente all’esterno del gioco politico sul tema delle riforme.

È anche questo un segno, tutt’altro che promettente, dei ritardi e delle ambiguità di questa ennesima “stagione costituente” che annuncia la paradossale convergenza tra i difensori della Costituzione più bella del mondo e i difensori dello status quo politico, tra Gustavo Zagrebelsky e Denis Verdini, per esempio.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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