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Cara Bignardi, gli italiani hanno già imparato che il femminicidio è sbagliato

– Nella Rubrica Barbarica di Vanity Fair di questa settimana, Daria Bignardi si chiede come mai “se l’Italia tanti anni fa ha imparato a non fumare al cinema, ora non può imparare che le donne non si uccidono (sic).

Forse, cara Daria, per due ragioni ben precise: anzitutto perché – malgrado a tanti onniscienti costruttivisti sociali sembri il contrario – sono due questioni ben diverse e nemmeno lontanamente comparabili e perché – ragione, questa, ben più importante della prima – gli italiani lo hanno già imparato che le donne non si uccidono.

A quel particolare modo di intendere la società e l’azione umana – al quale tu stessa lasci intendere di appartenere – non è chiaro che la società non è la scatola delle costruzioni o il panetto di plastilina nella mani di un legislatore con un punto di vista privilegiato sul mondo. Per cui no, cara Daria: l’Italia non potrebbe imparare che le donne non si uccidono nello stesso modo in cui ha imparato a non fumare nei cinema, perché non basta lo schiocco delle dita del legislatore, la pubblicità progresso o un teatro gremito di persone che applaudono te e Serena Dandini per fare del mondo il paradiso in terra che sogniamo.

Per di più, cara Daria, il problema non si pone. Perché l’Italia contemporanea non è l’Iran o l’Afghanistan e non è nemmeno l’Italia di ieri, quella del “divorzio all’italiana” – o del divorzio negato – e delle attenuanti culturali all’omicidio della donna adultera. Gli italiani non possono imparare a smettere di uccidere le donne così come hanno imparato a non fumare al cinema perché – malgrado a molti piaccia convincersi del contrario – la macchia della legittimazione culturale e sociale verso l’omicidio di una donna questo paese se l’è lavata da decenni.

Quel che sembra sfuggirvi, cara Daria, è che l’Italia – dati dell’ONU alla mano – è uno dei paesi al mondo più sicuri per le donne, ed è proprio perché gli italiani hanno imparato che le donne si amano e si rispettano meglio di tanti altri popoli che oggi, quando una bestia si macchia impunemente di sangue rosa, vi è una forte attenzione mediatica intorno alla vicenda e un forte sdegno da parte dell’opinione pubblica.

Funziona così, dalla notte dei tempi: è proprio quando l’accadere di certi deplorevoli fenomeni si fa via via più raro che la società inizia a viverli sempre più come una tragedia, proprio perché la scarsa frequenza con cui si ripetono fa di essi un evento eccezionale e drammatico. Difatti, se oggi – giustamente – viviamo come una tragedia la morte di un neonato o lo sfruttamento del lavoro minorile non è perché i tassi di mortalità infantile e di lavoro minorile siano cresciuti ma, al contrario, proprio perché sono infinitamente diminuiti, specialmente in Occidente e nelle economie più avanzate.

Lo stesso vale per l’omicidio delle donne, cara Daria, ideologicamente e ingiustamente definito femminicidio. Ingiustamente perché atto a distorcere la realtà dei fatti e ad assimilare l’Italia a quei paesi che piacciono tanto alla sinistra dei salotti, dei lettori di Repubblica e degli appelli nei teatri in quanto nemici di Israele: quei paesi dove il femminicidio è un fenomeno concreto e tangibile, socialmente e giuridicamente accettato e legittimato, anzi, perfino incoraggiato.

Per una volta, cara Daria, dovremmo mettere da parte certe narrazioni erronee e semplicistiche per dare spazio ad uno sguardo più logico e razionale alla realtà. Chissà, magari così potremmo scoprire che la tanta attenzione, lo sgomento e l’indignazione che questo paese esprime quando una donna innocente viene brutalmente assassinata sono essi stessi dimostrazione del fatto che l’Italia è un paese meno retrogrado e maschilista di quanto vi piaccia pensare.

In Italia le donne vivono. Appurato questo, sarebbe più opportuno discutere di come farle vivere meglio, magari con politiche di assistenza alla maternità.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

One Response to “Cara Bignardi, gli italiani hanno già imparato che il femminicidio è sbagliato”

  1. creonte scrive:

    che poi rischi più la vita il maschio che la femmina, essendo più espsoto in ambito lavorativo

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