«Nella nostra bandiera c’è scritto: tengo famiglia». Dunque gli italiani votano per mantenere lo status quo, per non cambiare. Parola di Beppe Grillo. Che così spiega i numeri poco entusiasmanti del Movimento 5 Stelle alle amministrative 2013: 12,43% a Roma, 8,3% a Siena, 7,29% a Brescia, 6,91 a Treviso – giusto per elencare qualche dato. E di ballottaggi neanche il profumo.

La vera Caporetto pentastellata, però, non riguarda il voto in sé e per sé ma quello che Ilvo Diamanti chiama il secondo voto: il commento, la reazione, la capacità di fare o, più spesso, non fare analisi. Fermarsi ai numeri è, soprattutto stavolta, poco utile, perché paragonare il risultato ottenuto alle scorse politiche con gli scrutini delle amministrative è un gioco d’azzardo tanto ardito quanto di moda tra i commentatori, affetti da evidente ludopatia elettorale.

Si può, invece, e risulta persino parecchio divertente, analizzare il modo in cui Beppe il leader siderale, e compagnia cantante intorno, raccontano il risultato ottenuto: con parole da primissima repubblica, ripercorrendo lettera per lettera, sussurro per sussurro, la liturgia comunicativa dei partiti. L’uomo pentastellato, in sostanza, agisce e reagisce tale e quale a quelli del Pdl o dell’horribilis Pd-meno-elle. Ecco i profili più di moda nella primavera 2013.

C’è l’uomo distratto, a cui non si deve chiedere mai, perché tanto è inutile, il voto non lo segue e quindi non sa. «Non faccio commenti perché li farei a dati che non conosco», Vito Crimi dixit, magari ha cose più importanti cui pensare, tipo la diaria e la raccolta degli scontrini.

C’è poi l’uomo senza macchia, che non ha mai colpe, dipende sempre dagli altri, brutti, cattivi e spesso giornalisti. «Non ci rimproveriamo nulla» ha detto Marcello De Vito, il candidato romano, a caldo. «Pochi mesi e i media contro, rispetto alle potenti macchine da guerra dei partiti, ci avranno penalizzato». Insomma: perdiamo? Governo ladro – nb: a Roma De Vito ha preso il 12, 43%. Un risultato, in tutta sincerità, per niente malaccio.

C’è l’uomo-abaco, matematico mancato, berlusconiano nel cuore, perché pronto a ricorrere all’oracolo di Silvio: il fantomatico sondaggio. Spesso non si sa chi l’ha fatto, quando, con quale campione, dove sta pubblicato, ma non conta: basta la percentualina magica a far evaporare ogni dubbio, anche di fronte all’evidenza. «I sondaggi ultimi ci danno comunque al 24,5%», ha fatto sapere con una punta d’orgoglio il deputato romano Alessandro Di Battista, il quale merita solo una risposta: ma chi se ne frega!

C’è infine chi dà la colpa ai cittadini. Sì, proprio quelli grazie ai quali l’onestà andrà di moda, quelli che con l’apriscatole in mano aprono il palazzo come una scatoletta di tonno, quelli di cui deputati, senatori, eletti, candidati cinquestelle sono solo e umilmente i portavoce. Ma che ai cinquestelle, anzi, al leader maximo dei cinquestelle, fanno persino un pochetto schifo. Scrive, amareggiato, Grillo, sul blog:

«Il risultato delle elezioni comunali non è stato frutto di cittadini disinformati. Al contrario, il voto, in quanto comunale, vicino alla realtà quotidiana, è stato dato in piena coscienza. Non si tratta di italiani che hanno sbagliato per consuetudine o per dabbenaggine, ma di persone pienamente responsabili della loro scelta…Capisco chi ha votato, convinto, per il condannato in secondo grado per evasione fiscale e chi ha dato la sua preferenza ai responsabili del disastro dell’ILVA, del Monte Paschi che hanno come testimonial il prescritto Penati. Capisco chi ha mantenuto la barra dritta e premiato i partiti che succhiano i finanziamenti pubblici e non chi li ha restituiti allo Stato. Vi capisco. Il vostro voto è stato pesato, meditato. Esistono due Italie, la prima, che chiameremo Italia A, è composta da chi vive di politica, 500.000 persone, da chi ha la sicurezza di uno stipendio pubblico, 4 milioni di persone, dai pensionati, 19 milioni di persone (da cui vanno dedotte le pensioni minime che sono una vergogna). La seconda, Italia B, di lavoratori autonomi, cassintegrati, precari, piccole e media imprese, studenti. La prima è interessata giustamente allo status quo. Si vota per sé stessi e poi per il Paese. Nella nostra bandiera c’è scritto “Teniamo famiglia”.»

Altro che unire il paese, altro che futuro comune, destino collettivo, Italia patria di tutti. Il male serpeggia tra noi, per strada, in mezzo a chi lavora e fatica. Pur di non addossarsi responsabilità il leader del movimento fa un clamoroso salto logico: oggi i buoni sono tra i candidati, sono seduti a palazzo, nelle liste, e i cattivi stanno di fuori, nelle urne, tra la gente.

Al di là del merito delle argomentazioni, oltre il peso e le conseguenze delle parole di Beppe Grillo – a cui, andrebbe chiesto, il motivo per cui battersi per salvare ‘sta chiavica di popolo – un dato emerge, chiaro. Il Movimento 5 Stelle è tutto fuorché innovativo e fresco. Soprattutto dal punto di vista della comunicazione. Non basta la Rete, non serve lo streaming, non è sufficiente il blog e nemmeno il voto e la petizione online. Il contenuto conta, sempre, comunque, più di tutto, su ogni mezzo. E quello espresso dal portavoce dei portavoce è puro doroteismo linguistico: un miscuglio di autoreferenzialità, mancata volontà di capire e capirsi, chiusura in se stessi, distanza dal mondo e dalle cose, riluttanza a porsi domande.

Grillo, poi, conclude con una frase da intenditori, una quasi citazione di R.R. Martin, autore di Game of Thrones: «L’Autunno Freddo è vicino». E forse, caro Beppe, sarà così rigido che la copertina di Linus della autoassoluzione a poco ti servirà.