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La guerra infinita: perché l’Italia non riesce a raccontare sé stessa

Per analizzare una cultura bisogna analizzare le sue narrazioni. Certo, conoscere i consumi, l’economia, le percentuali politiche, è fondamentale per capire l’hic et nunc di una società, ma capire le logiche delle sue narrazioni ci permette di giungere al cuore… di una società.

Guardate agli Stati Uniti. Molti sono i film e i romanzi che raccontano la politica e la storia americana. Spesso la fanno in tempo reale. Nelle fiction trovate i presidenti della Repubblica, trovate i senatori, trovate i giornalisti, trovate i marines. Le narrazioni americane, quelle anglosassoni, quelle scandinave, usano la finzione per scavare nelle pieghe del presente del potere e della politica. Romanzi e film che raccontano il potere per nome e cognome – lo sceneggiano, lo rendono macchina drammaturgica. Sono racconti che pongono allo spettatore questioni morali, etiche – e che lo sparano dentro a quel mondo, pieno di interrogativi, enigmi, dubbi.

La realtà diventa subito immaginario culturale – immaginario che intrattiene, certo, ma che soprattutto rende partecipi nei modi e nelle prassi della narrazione, ossia, creando compartecipazione ed identificazione psicologica ed inconscia. Lo spettatore, l’individuo, così, è parte attiva del suo presente. Una cultura è forte e vitale quando i suoi racconti sono molteplici e, soprattutto, quando non si ha paura di raccontare. Quando non si ha paura di raccontare gli enigmi.

Trovatemi in Italia film e romanzi che raccontino la politica, il potere e i suoi uomini. Trovatemi film e romanzi che parlino di quei fatti e misfatti che riempiono quotidianamente intere ripetitive e fatiche pagine di quotidiani, siti, palinsesti. Per fare un film sulla Diaz ci son voluti dieci anni.

Perché in Italia per raccontare qualcosa che riguarda la collettività lo si può fare solo o a patto che si racconti il passato, o che si racconti il presente per metafore, suggestioni poetiche, parafrasi, metonimie – o che lo si metta in farsa, pantomima, commediola, gag – o che ne si faccia un racconto surreale, pirandelliano, o post felliniano, o grottesco, magari con qualche arcano animale, simbolico, che d’improvviso compare simboleggiarci qualcosa, memorie poetiche di un Tonino Guerra che ormai non c’è più. La buttiamo in caciara o in metafore filosofiche. Belle, fertili, ma pur sempre metafore. Della serie chi può capire capisca.

Facciamo un passo indietro. Gli Stati Uniti, l’Inghilterra, la Francia, i paesi scandinavi sono aree pacificate. Lì si fa politica, ci si accapiglia, ma il presente riguarda il presente. Tutto diventa riflessione narrativa perché nessuno a il timore della riflessione. I vari punti di vista sulla realtà sono esperibili, sono sperimentabili, perché nessuno ha paura né del presente, né del passato. Una punto di vista è un punto di vista. Giusto o sbagliato, viene valutata per quello che è, e in quanto tale. Se in un film o in un romanzo si parla di polizia corrotta o un politico ladro o di un presidente incapace o di staccare la spina, o se si parla di polizia eroica o di un politico esemplare o di un presidente ideale o di riattaccare la spina, nessuno si troverà al centro di una querelle mediatico-politico-istituzionale. In quelle culture un film è un film, un romanzo è un romanzo. Non sono “atti ostili”, ma solo e semplicemente forme di riflessione sociale.

Spesso in questi racconti, il potere e la politica vengono trasfigurate nei loro scenari più virtuali, parossistici, fantascientifici. In una fiction statunitense il presidente della Repubblica (repubblicano) combatte il terrorismo, ma allo stesso tempo ne è il capo occulto. In una fiction inglese un ostaggio verrà ucciso se il premier dovesse rifiutarsi di fare sesso con un maiale in diretta televisiva. Futuribilità che scavano nelle pieghe del presente.

Da noi non è così. Il passato è raccontabile, ma solo se si ha la decenza di accontentare tutti o la retorica maggiormente condivisa (come accade in tv) – il presente è raccontabile, ma solo se trattasi di quello minuto, micro sociale e generazionale, il resto è tabù. Perché – perché siamo un paese in guerra.

In Italia la guerra non è mai finita. Una guerra lunga infinita immemore, che non è la seconda guerra mondiale, ma è la nostra propria conformazione culturale. Qualsiasi racconto del presente riattiva le irrisolte fratture del passato. Un passato senza soluzione di continuità. Gli indici dei manuali di storia sono un puro e semplice escamotage testuale. Nella nostra storia non esistono confini. I Comuni non sono mai terminati, i Guelfi e i Ghibellini non sono mai andati via, il Papato non si è mai detemporalizzato, il Risorgimento non ha mai dimenticato il fatto di esser stato tradito, il Sud non si è mai liberato di sé stesso, la cultura liberale non si è mai affermata, il fascismo è storicamente immanente, la seconda guerra mondiale non è mai finita, i blocchi contrapposti non si sono mai sgretolati, l’anti-Stato se c’è non è mai stato sconfitto, il benessere non si è mai consolidato, i diritti non hanno mai smesso di essere ambigui, la forma mentis economica non si è mai sprovincializzata del tutto, i vecchi partiti non si sono mai sciolti ma si sono riformattati nei nuovi, partiti o movimenti che siano. Ecco, le irrisoluzioni non si sono mai risolte. Tutto è diventato un immenso rimosso, che basta niente, che ritorna su, a vomitare tutta la sua rabbia e la sua idiosincrasia a prescindere.

Siamo il paese di un passato che è sempre presente. Siamo un paese che ha vissuto un lunghissimo romanzo di formazione che non ha mai concretizzato la sua tappa finale, ossia, la soglia oltrepassata la quale… si è adulti. Siamo un paese anagraficamente adulto, ma con una psicologia infantile, un paese che ad ogni stimolo del presente risponde con una retroazione che prende energia dai conflitti interiori del nostro inconscio, ma mica tanto, storico. Qualche tempo fa, di tutto ciò se ne aveva consapevolezza, lo si raccontava, adesso non più. La sindrome si è radicalizzata.

Si è così, ma si fa finta di non esserlo. Il presente ci scatena il passato, il presente non si è mai emancipato dal passato, ma si fa finta di non saperlo. Perché il passato che guida il nostro presente è maldestramente rimosso. Il paese è indignato, certo, ma il paese non è nato oggi. La gente è arrabbiata, ma la gente non è nata oggi. Tutti sono indignati e arrabbiati nei confronti di qualcun altro, nessuno è indignato o arrabbiato nei propri confronti. Nessuno, in Italia, oggi, userà mai uno specchio per sputarsi in faccia. Per fare un mea culpa storico. Autoanalisi zero.

Siamo in guerra contro gli altri. Da sempre. Gli altri sono la nostra assoluzione. La nostra è una guerra senza uno spazio/tempo lineare, siamo la dimostrazione storica della teoria della relatività. Ogni cosa che accade è già accaduta e non è mai terminata, il presente riattiva il passato e il futuro non può che prendere le mosse da questo presente. L’Italia è Matrix?


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

One Response to “La guerra infinita: perché l’Italia non riesce a raccontare sé stessa”

  1. lodovico scrive:

    Si dimentica che in Italia, per molti anni le culture dominanti erano universalistiche : da una parte la chiesa cattolica il cui compito era di evangelizzare il mondo e dall’altra il partito comunista che voleva un mondo unito nel socialismo. Temi difficili da narrare nelle varie arti e che hanno avuto espressione nel neorealismo che per certi aspetti si legava alle ultime manifestazioni degli anni trenta, poi la voglia di vivere ci ha portato nella narrazione della commedia all’italiana ed dei western-spaghetti. Narrazioni interessanti- spesso narrate da autori di una sinistra pacifista ed aperta a costumi più avanzati che hanno spesso anticipato il socialismo di Craxi e poi, quello assai più confuso, di Berlusconi.
    Siamo diventati falsi liberali ( con molte idee confuse) distruggendo lo stato sociale spesso ingiusto ed ora non sappiamo cosa volere e non possiamo narrarlo.

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