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Beni Culturali e buona urbanistica, una liaison necessaria

– In una lettera inviata a Spadolini, a capo del neo-nato Ministero dei Beni Culturali, da Aldo Moro, Presidente del Consiglio del governo bicolore Dc-Pri, nato nel novembre del 1974, quest’ultimo auspicava che la creazione del nuovo dicastero potesse “valere, almeno in prospettiva, a realizzare un accostamento e una compenetrazione tra mondo politico e mondo della cultura, che non possono, l’uno e l’altro, essere veri e attuali senza una profonda interazione”.

Quanto quelle parole non siano state recepite, quanto quell’auspicio totalmente disatteso, lo dimostra l’infinita sequenza di tragedie vissute dai nostri Beni Culturali nei quasi quarant’anni trascorsi. Appena un mese dopo la conversione in legge del decreto si verificò il furto di alcune tele dal valore inestimabile nella Galleria Nazionale a Urbino. Molti altri furti, tanti crolli, una miriade di episodi determinati da disattenzione ed una mancanza “strutturale” di risorse crescente hanno costellato questi decenni.

Monumenti quasi senza tutela, per i quali la valorizzazione è nella gran parte dei casi affidata all’eco suscitata dalla loro vista. Palazzi storici e chiese che sopravvivono solo in virtù del loro uso continuato. Musei spesso per pochi “intimi”, soffocati dalle spese di gestione. Aree archeologiche alla mercè del tempo e della natura “matrigna”. Tutti privi di qualsiasi difesa, privati degli strumenti per non subire danneggiamenti dalla mancanza di politiche culturali efficaci. Anche per questo gli scavi di Sibari, agli inizi dell’anno, hanno potuto essere sommersi dalle acque del fiume Crati, straripato. Un corridoio della Domus Aurea è crollato nell’ottobre del 2010, a causa delle infiltrazioni d’acqua dal terreno soprastante. Per non parlare dei tanti cedimenti subiti da Pompei.

L’intenzione iniziale di accentrare in un unico Ministero quel che prima era suddiviso in dicasteri differenti è sostanzialmente fallita. Anche perché non si considerava un elemento che sempre più ha acquistato rilievo, anche se ha continuato ad essere sottovalutato. Ovvero l’interrelazione tra tutela del patrimonio artistico-storico-archeologico e dei paesaggi e pianificazione urbanistica. Una separazione che risale alla legislazione di epoca fascista. Con la legge Bottai del 1939, che assegnava alle Soprintendenze la “cura” del paesaggio, e la legge del 1942 che stabiliva che ad occuparsi della “costruzione” del territorio fossero i Lavori pubblici.

Questo vizio iniziale non è mai stato corretto. E così quel che avrebbe dovuto garantire un consumo del suolo responsabile ha invece finito per perdere quasi completamente la sua funzione di contrasto. Così le città hanno potuto non di rado espandersi senza linee-guida, fagocitando porzioni di territorio. Nella gran parte dei casi in deroga ai PRG, quando presenti. Nel procedere di questo fenomeno, a partire dagli anni Cinquanta e poi nei decenni successivi, le ruspe in tanti cantieri hanno fatto tabula rasa di monumenti antichi, a volte anche di intere città.

La furia edificatoria non ammetteva deroghe. Era necessario costruire. Il pregiudizio che l’edilizia fosse un fattore trainante nell’economia del Paese s’impossessò delle menti della gran parte degli italiani. Le gru di sempre nuovi cantieri il simbolo di un’Italia in crescita. Lì, in quel momento, è iniziato il declino. Nuovo cemento, consumo del suolo dissennato, che tante volte comportava distruzione di parti del patrimonio storico-archeologico, disattenzione alla conservazione di un seppur minimo equilibrio naturale dei territori.

Fattori che hanno contribuito allo stato attuale. Che si è raggiunto per la nota mancanza di risorse, senza dubbio. Ma anche per una mancanza di visione d’insieme dei “gracili” Ministri che si sono succeduti al Collegio Romano. Personalità, talora, anche di rilievo nel settore di competenza, certamente. Ma incapaci di uscire dal perimetro delle deleghe assegnate loro dal Ministero che presiedevano. Incapaci di guardare oltre. Ogni volta che si presenta un nuovo Governo, tutti gli addetti ai lavori, seppur traditi tante volte, guardano con grande speranza al Ministro dei Beni Culturali. Con curiosità ne osservano le prime “mosse”. È quello che sta accadendo anche con Massimo Bray. In visita ai ruderi de L’Aquila e di Pompei.

Nei giorni scorsi, durante l’audizione delle sue linee programmatiche di fronte alle commissioni Cultura di Senato e di Camera riunite insieme, convincente autore di proposte significative. Per molti siti chiusi al pubblico per mancanza di personale, si possono studiare forme di concessione ai privati”, ha dichiarato il Ministro. Aggiungendo che a Roma, dove continuano a permanere criticità relativamente alla Domus Aurea e alla via Appia ma anche altrove, urge un rinnovato impulso circa “il potenziamento delle attività di tutela e di valorizzazione… anche ricorrendo all’apporto finanziario di soggetti privati”. Che sono “importanti e in alcuni casi insostituibili nell’attuazione delle politiche per la cultura”. Un capitolo importante questo del nuovo corso dei Beni Culturali.

Ma Bray è su un altro tema che sembra mostrare discontinuità rispetto al passato, anche recente. Quello del controllo del territorio, della sua corretta pianificazione.La diminuzione delle opere di manutenzione programmata ha profondamente inciso sullo stato di conservazione del patrimonio architettonico, rendendolo molto più esposto alle calamità naturali, soprattutto per gli eventi sismici. Per questo è necessario potenziare e affinare le sinergie tra ministero, Protezione civile e Consiglio superiore dei Lavori Pubblici”. Un ragionamento che comprende maggiore attenzione nell’uso di suolo. Insomma non più, se non realmente necessarie, nuove edificazioni. In compenso la rigenerazione dell’esistente, inutilizzato. Non più tentativi di urbanizzazione dell’agro romano e di quei territori che circondano i centri in espansione.

Beni culturali e urbanistica diventano così due parti di un tutto. Come era e come dovrebbe essere. Layers sovrapposti che anche il buon senso avrebbe suggerito di non separare. Per adesso è ancora un timido tentativo di cambiamento. Ma è comunque un significativo segnale. Certamente per ridare dignità ad un “territorio” troppo a lungo abbandonato a se stesso. Perché poi si realizzi l’auspicio di Moro, che si produca “un accostamento e una compenetrazione tra mondo politico e mondo della cultura”, ci vorrà ancora del tempo.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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