In questi giorni si sono registrate nel PDL alcune interessanti aperture ad un riconoscimento delle unioni omosessuali. In particolare, hanno preso posizione a favore delle unioni civili tra persone dello stesso sesso Sandro Bondi, Giancarlo Galan, Laura Ravetto e Fabrizio Cicchitto. Resta un no netto all’ipotesi dell’estensione ai gay del matrimonio e, di conseguenza, anche del diritto all’adozione.

La questione è in parte dibattuta, anche come riflesso di quello che sta succedendo da qualche settimana in Francia, dove il governo socialista ha deciso di estendere a tutti gli effetti l’accesso al matrimonio alle coppie dello stesso sesso. Pure nella laica Francia, l’approvazione delle nozze gay ha scatenato una reazione pubblica possente, di proporzioni ben maggiori a quella suscitata da qualsiasi altro provvedimento dell’era Hollande, anche su questioni nella pratica ben più rilevanti. La destra ed i cattolici si sono mobilitati in un crescendo che ha raggiunto la sua massima drammaticità con il suicidio shock dello scrittore tradizionalista Dominique Venner.

Eppure c’è qualcosa che nell’opposizione alle nozze gay non torna e non convince. In fondo, persino muovendo da una posizione conservatrice, cattolica o tradizionalista, perché mai i matrimoni gay dovrebbero essere peggio del divorzio, cioè di un istituto che ormai è legalmente, politicamente ed in gran parte anche culturalmente accettato? Perché mai le nozze tra due omosessuali dovrebbero, in fondo, rappresentare un attacco alla famiglia tradizionale più pericoloso delle tante dissoluzioni del legame matrimoniale che si verificano ogni giorno?

Ora, è chiaro che il divorzio si rivela in molti casi una necessità perché non è possibile tenere insieme con la forza della legge quello che non si riesce a tenere insieme attraverso, l’amore, la responsabilità e la dedizione – e perché non si può negare alle persone la possibilità di ricostruirsi una vita ed un rapporto di coppia.

È anche vero, però, che ogni divorzio è comunque una sconfitta: è il fallimento di una prospettiva su cui due persone avevano investito tempo, soldi ed energie. Comporta conseguenze psicologiche negative sui minori coinvolti, conseguenze che una buona legge sull’affido riuscirebbe a contenere, ma comunque non ad annullare. È un esito inefficiente dal punto di vista economico, perché porta con sé costi importanti per le persone interessate, dalle spese legali alle necessità di acquistare o affittare una seconda abitazione. Ed infine è un esito inefficiente dal punto di vista sociale, perché implica la rottura della piccola rete di welfare privato che il matrimonio crea e rende le persone più sole.

La sensazione è che la crisi della famiglia tradizionale si misuri molto di più nell’aumento della separazione e dei divorzi, che nella possibile nascita di modelli di famiglia alternativi. Eppure i politici cattolici e di destra sembrano molto più spaventati da una famiglia gay che nasce che da una famiglia eterosessuale che si rompe. Anzi per certi versi è interessante come proprio i partiti che spingono maggiormente sulla difesa dei principi e dei valori della famiglia tradizionale non si facciano problema alcuno di far rappresentare queste idee da politici che vantano separazioni e divorzi. Tutti i quattro leader storici del centro-destra della Seconda Repubblica (Berlusconi, Fini, Bossi e Casini) avevano una o più famiglie “fallite” alle spalle.

Non è un contraddizione solo italiana. Molti di quelli che manifestano a Parigi sono sostenitori dell’UMP e probabilmente hanno votato per due volte per Nicola Sarkozy. C’è da scommettere che molti di loro hanno guardato con rispetto, simpatia, talvolta persino con tenerezza alla “love story” così fotogenica tra Sarko e Carla. Ben pochi, a destra, si sono scandalizzati per il divorzio con Cécile e per quel secondo matrimonio presidenziale. Insomma, il divorzio ha ormai acquisito una legittimazione pubblica e divorziati che “ostentano” il proprio divorzio e le proprie seconde nozze possono normalmente assurgere a qualsiasi carica di rappresentanza politica, in molti casi persino con il voto maggioritario del mondo conservatore e cattolico.

Stando così le cose, è difficile comprendere questo accanimento contro l’accesso degli omosessuali al matrimonio civile e soprattutto l’idea che esso comporterebbe un indebolimento della famiglia tradizionale. In fondo anche avendo a cuore il mantenimento nel tempo di tale modello di famiglia, è ragionevole chiedersi in che misura essa potrebbe essere danneggiata dal “matrimonio per tutti”. L’apertura al matrimonio gay non convertirebbe gli eterosessuali all’omosessualità; non diminuirebbe in alcun modo il numero di coppie eterosessuali che scelgono di sposarsi.

Le persone che accederebbero al matrimonio gay sono persone che non si sposerebbero comunque in modo tradizionale. Se le unioni tra persone dello stesso sesso non saranno riconosciute, queste persone resteranno semplicemente non sposate. Per certi versi, il matrimonio gay spingerebbe gli omosessuali verso un modello ed uno stile di vita più simile alla famiglia tradizionale, cioè incoraggerebbe lo stabilirsi di rapporti monogami e duraturi e con essi l’assunzione di responsabilità reciproche di sostegno e di assistenza. Cioè si innescherebbero quelle dinamiche positive che da sempre fanno la forza della famiglia e che tendono a consolidare il tessuto sociale.

In definitiva, nella peggiore delle ipotesi gli omosessuali sposati andranno all’inferno come gli eterosessuali divorziati; detto questo non si vede perché la politica deve considerare i primi socialmente e legalmente meno degni dei secondi.