di DANIELE VENANZI – Quarantamila posti di lavoro in bilico e un tracollo che potrebbe tradursi nella perdita di un punto di Pil. Sono queste le proporzioni del disastro ambientale, occupazionale ed economico in atto all’Ilva di Taranto, con il sequestro di 8 miliardi di beni ordinato dal Gip Patrizia Todisco ai danni della famiglia Riva e le conseguenti dimissioni del Cda dell’acciaieria.

Ora, nella vicenda giudiziaria che lascia con il fiato sospeso la città di Taranto e l’intero paese, si apre un nuovo capitolo: quello del commissariamento e del risanamento. Quel che lascia interdetti è la posizione di larga parte della sinistra e del mondo sindacale, che per l’Ilva non accettano alcuna alternativa se non quella della nazionalizzazione.

La classe politica – ne siamo sicuri – sarebbe ben lieta di mettere le mani su una delle aziende siderurgiche più grandi d’Europa e – per quanto la falsa coscienza di chi sostiene di essere dalla parte dei lavoratori sarebbe pronta a giurare il contrario – la nazionalizzazione riporterebbe l’Ilva direttamente sotto il controllo di chi per decenni vedeva quel che avveniva a Taranto, ma preferiva voltare la testa per non spezzare un proficuo sistema di relazioni.

In tal senso, l’unica posizione ragionevole a sinistra sembra essere quella del leader dei Verdi Bonelli, che avverte cheespropriare l’Ilva non è una soluzione: significherebbe solo socializzare il debito economico ed ambientale dell’azienda e bloccare le bonifiche ed il risanamento ambientale”.

Che i Riva paghino a caro prezzo i danni procurati ai tarantini e all’ambiente – si calcola un totale di tre miliardi in più di quelli che occorrono attualmente per risanare l’acciaieria – non è che il primo passo verso il ripristino di una condizione di normalità. Ora, però, quella che è stata per troppo tempo una vicenda giudiziaria – con i magistrati e i giudici per le indagini preliminari che hanno stabilito modalità e tempi dell’interruzione della produzione – deve tornare ad essere una questione politica, con un esecutivo che prenda in mano le redini dell’azienda e si riappropri – come dovrebbe essere – della titolarità del potere di indirizzare la politica industriale del paese.