L’abolizione del finanziamento pubblico da sola non basta, serve più efficienza nella politica

di FEDERICO BRUSADELLI – Lo scorso anno, davanti all’ondata di scandali più o meno “locali” (Belsito, Lusi, Fiorito, Formigoni) che si abbatteva su un sistema già assai indebolito, i leader delle principali forze politiche promettevano, pressoché ogni settimana, una “rapidissima riforma” del sistema di finanziamento pubblico dei partiti. Si andò avanti per mesi, e le promesse (come era facilmente intuibile, peraltro) rimasero a far compagnia a quelle su una “rapidissima riforma” della legge elettorale.

Il risultato più evidente di quella interminabile, e triste, melina si registrò qualche mese dopo nelle piazze e soprattutto nelle urne, con il boom del Movimento 5 Stelle. Non è dunque un caso che il governo di larghe intese partorito con fatica da quella stagione elettorale tenti di accelerare il passo – a pochi giorni da un’altra tornata elettorale – proprio su quei due temi, sui quali i partiti hanno perso tanto del poco credito di cui ancora godevano: prima l’annuncio sulla legge elettorale (sarà rivista entro l’estate, in attesa di procedere a più profonde revisioni costituzionali); poi quelloinviato direttamente via Twitter dal premier – sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, su cui il consiglio dei ministri pare aver trovato un altro accordo di massima.

E non è un caso che le reazioni del quartier generale grillino siano dettate dalla paura di perdere il loro unico, vero argomento elettorale, ovvero i costi della politica (sul quale sono ferratissimi, visto il gran parlare di scontrini, diarie e ricevute che ormai domina il dibattito interno del movimento ormai da mesi, a scapito persino delle energie rinnovabili e dell’uscita dall’euro). Mentre il Pdl prova a intestarsi l’intesa e il Pd, per bocca del traghettatore Epifani, invoca moderazione per “tutelare chi lavora nei partiti”, Grillo dalla piazza di Viterbo non delude: “Un bluff, una presa per il c…”, tuona. “Uno spot pre-elettorale”, gli fa eco il capogruppo al Senato Vito Crimi.

Certo, i dettagli dell’accordo restano per ora avvolti dalle nebbie. Ma il ministro agli Affari regionali Graziano Delrio promette che “nei prossimi giorni si lavorerà a un testo“, e il premier Letta – che ha affidato a Gaetano Quagliariello il compito di tracciare il percorso del ddl – spiega che toccherà alla Ragioneria “preparare le norme fiscali”. Si sa che, attraverso meccanismi simili al 5×1000, per mezzo di sgravi o incentivi fiscali, verrà garantito e regolato il sostegno alla politica da parte dei cittadini. E si sa anche – come racconta La Stampa – che il sistema “all’americana” sarà addolcito da una soglia massima per le donazioni e, soprattutto, da un sostegno da parte dello Stato (affissioni e spazi tv o radio, ad esempio). Ma se manca la sostanza, il messaggio è tuttavia chiaro: la politica, per ricucire il filo di un rapporto ormai logoro con il cosiddetto “cittadino-elettore”, tenta un “bagno di umiltà” che, se mal gestito, rischia di essere tardivo e inutile.

Le malversazioni, le ruberie, le truffe grandi o piccole – lo si è detto e scritto tante volte – non sono certo state la causa della crisi dei partiti. L’hanno accompagnata, l’hanno evidenziata, ne hanno scandito la narrazione e hanno alimentato la reazione popolare. Ma le radici sono più profonde: non è solo questione di soldi, di ricevute e di rimborsi. A essere andati in crisi non sono i conti correnti dei partiti, né la moralità dei loro tesorieri, ma un modo complessivo di intendere la politica, di interpretarne le finalità e di delinearne spazi, meccanismi, livelli di comando e di controllo.

La politica, finita la penitenza, farà bene a riscoprirsi “efficiente”, oltre che sobria e castigata. Perché è vero che i partiti troppo ricchi finiscono per far male la politica (e far male alla politica). Ma è anche vero che non necessariamente i partiti “poveri” sono anche “belli”. Insomma, se non bastava mandare in galera Fiorito per ripulire la Seconda Repubblica, per far bene la Terza non basterà, probabilmente, l’accordo sul cinque per mille. Che è utile, beninteso. Se non altro per mettere a tacere l’insopportabile retorica grillina; a patto di non addentrarsi, per inseguirli, sul terreno scivoloso della demagogia frettolosa o, peggio ancora, nelle paludi delle promesse a metà.


Autore: Federico Brusadelli

Nato a Roma trenta anni fa, si laurea in Lingue e civiltà orientali presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Dal 2009 al 2011 lavora presso la Fondazione Farefuturo, occupandosi del webmagazine diretto da Filippo Rossi, con il quale in seguito collabora alla nascita del quotidiano Il Futurista. Giornalista professionista, dal 2013 è dottorando in Studi Asiatici presso l’Università di Napoli “L’Orientale”.

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